Autore Topic: La priorità dell'intento fotografico  (Letto 999 volte)

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Offline Sardosono

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La priorità dell'intento fotografico
« il: Giovedì, 02 Giugno 2016, 16:51:46 »
La mia visione della fotografia intesa nel senso più ampio, ossia "delle cose fotografiche" è molto semplice e - per quel che vale - l'ho esposta tante volte, cercando ogni volta di presentarla in modo differente. Questa è l'ennesima occasione per farlo ancora, non fa mai male, però a differenza del mio solito, non farò un lungo monologo sull'argomento ma mi limiterò ad una sintesi estrema, al fine di seminare uno spunto di riflessione, non generica ma circoscritta a quanto contenuto in tale sintesi.

La fotografia può essere praticata (e di norma lo è) per riprendere luoghi, persone e cose, ma ciò può essere fatto (e di norma lo è) con intenti assai differenti, intenti che a mio (e non solo) parere sono sostanzialmente sempre e soltanto tre:

1) dando priorità alla documentazione (ossia riprodurli per come "riteniamo" che siano realmente);

2) con priorità all'interpretazione soggettiva (ossia rappresentarli per come li "immaginiamo" invece che per come "pensiamo" che siano);

3) dando priorità alla luce (ossia cercando la luce per fotografare sostanzialmente questa per pura espressione estetica, infischiandosene di tutto il resto che rimane mero accadimento accidentale, ma che acquista valore emotivo e narrativo grazie all'interazione con la luce).

Ovviamente queste definizioni sono talmente sintetiche che difficilmente possono apparire chiare ad una prima lettura. Ma può certamente essere un buon punto di partenza per riflessioni che portino - questa è la mia speranza - a comprendere quale sia realmente la nostra personale priorità quando decidiamo di uscire portandoci appresso una fotocamera. Perché non c'è strada più sicura per la delusione fotografica più profonda e cocente di quella che percorre chi non ha ben chiaro in mente quale sia la propria priorità interiore che lo spinge a premere il pulsante di scatto.

Certamente si può anche fare un mix delle suddette tre priorità, non è facile ma si può fare, ma soltanto dopo averle comprese ed assimilate separatamente. Cercare di farlo prima produce soltanto immagini che non saranno mai né carne né pesce.

Ciò che più facilmente sfugge è che tale consapevolezza è fondamentale per comprendere la fotografia altrui: come potremo mai sperare di capire una immagine se non abbiamo idea non solo di quale sia la nostra priorità, ma neanche che tale priorità esiste anche nelle foto degli altri fotografi e che essa è sempre legittima quanto la nostra anche se diversa?

Ma sfugge anche che tale consapevolezza è altrettanto fondamentale per comprendere anche la propria di fotografia: come potremo mai ottenere immagini soddisfacenti non casuali, se non conosciamo chiaramente quale sia la molla che prioritariamente ci spinge a fotografare? quante volte ci capita di produrre finalmente un'immagine che ci piace davvero ma di non riuscire a farne altre altrettanto soddisfacenti? la cosa ci meraviglia? ci fa rabbia? non riusciamo a capire perché? Beh, la risposta è molto semplice: perché non abbiamo consapevolezza di cosa realmente ci soddisfi in quell'immagine, tutto qui; è stato cioè un risultato casuale, certamente desiderato, anzi proprio voluto, ma non cercato, perché non sappiamo neanche "cosa" cercare, figuriamo "come" e "dove"....  ;)

Bene, io ho piantato il seme, ora vediamo se produrrà frutto: la parola a voi tutti, ripeto TUTTI!!!  :))
Congelare in una foto l'istante effimero ci permette di estrarlo dall'eternità, non tanto, o non soltanto, per documentarlo, quanto soprattutto per poterlo "ammirare" (anonimo sardo)

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Offline BeSigma

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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #1 il: Giovedì, 02 Giugno 2016, 17:03:12 »
...con me sfondi una porta aperta...
Vorrei solo aggiungere che esiste anche una altro punto fondamentale, a parer mio complementare a tutto il resto e mai in contrasto....

Esiste l'ispirazione data dallo stesso strumento fotografico, non inteso come semplice oggetto ma come parte di quel che stiamo creando.... considerare lo strumento vivo ci porta a cambiare obiettivo fotografico (intendo scopo) in base a cosa teniamo in mano (sia come corpo sia come lente).
Sembra una follia ma è come dire che decidiamo dove andare e come guidare in base all'auto o motociclo che guidiamo... chi come me ha guidato le moto supersportive o le moto supermotard capirà di certo cosa intendo...

Il mio intento fotografico cambia se uso la SD1, cambia se uso la SD10, cambia se uso la Fuji S3 o la Nikon...

A scattare son sempre io ma IO cambio con ciò che impugno... e cambio nel profondo, quasi un'altra persona con scopi del tutto differenti...

Ora spero di non essere uscito off-topic, condivido ciò che ha scritto Anto e volevo rafforzare i tre punti con questa variante...
come se... ridendo dei miei demoni, tenessi fra le mani gli angeli...
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Offline Sardosono

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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #2 il: Giovedì, 02 Giugno 2016, 17:49:28 »
Assolutamente vero quanto dici, e lo condivido al punto che anche io come te ho molte attrezzature differenti e che non considero doppioni, proprio perché ognuna meglio si adatta ad un certo tipo di "animo" fotografico.

Ma rispetto al discorso da fare in questa sede tutto ciò viene dopo, molto dopo. Diciamo che corri troppo Igna, corri troppo!
Non si può mettere in mano una motard ad uno che non ha ancora alcuna confidenza a piegare in curva, perché...  :azz: perché no!

Comunque questo intervento permette di puntualizzare un aspetto importante al quale non avevo pensato. Infatti è fondamentale evitare che qualcuno leggendo possa confondere due usi assai differenti che si fanno del termine "intento" riferito al fotografo. Quello di cui parli tu potrebbe in realtà essere meglio definita come l'ispirazione, che certamente è influenzata pesantemente dallo strumento che si ha in mano o che si sceglie di adoperare, cosa che avviene identicamente per un pittore come uno scultore. Ma in questo topic l'intento di cui parliamo è unicamente quello relativo alla priorità che diamo alla nostra personale espressione artistica, e questa non dipende minimamente dallo strumento impiegato ma è insito in noi stessi e ha molto più a che fare con l'istinto e la nostra sensibilità estetica.

Igna, avrei anche voglia di seguirti sulle tue considerazioni, ma ne verrebbe fuori un macello, non solo perché sarebbe off-topic ma perché purtroppo anche la più piccola confusione tra questi due usi completamente differenti del termine "intento" renderebbe del tutto incomprensibile e quindi inutile l'intero topic. Non ci avevo pensato e meglio quindi averlo chiarito subito. Però non appena questo topic sarà stato sviscerato a dovere ho già deciso in questo momento di aprirne uno dedicato all'intima relazione che nasce tra l'attrezzatura e l'ispirazione del fotografo. 8)
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Offline Lorenzo

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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #3 il: Venerdì, 03 Giugno 2016, 14:40:04 »
 :wow: Quando avrò digerito dirò la mia!  O:-)
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Litigo con Sd15 da settembre 2015.

Poi faccio pace...

Offline DANYZ

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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #4 il: Venerdì, 03 Giugno 2016, 14:56:36 »
...di aprirne uno dedicato all'intima relazione che nasce tra l'attrezzatura e l'ispirazione del fotografo. 8)
Insomma, vuoi aprire un topic hard sulle scappatelle fotografiche  :))
ALOHA

Offline leleros

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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #5 il: Venerdì, 10 Giugno 2016, 08:12:59 »
Cavolini di Bruxelles... questo mi era sfuggito :azz:
Te lo devo dire Anto: le TRE definizioni degli intenti sono troppo sintetiche, questa volta avresti dovuto fare a modo tuo ;)

Ricercare e Prendere consapevolezza della personale priorità o intento fotografico, se coltivata maturata e raccolta, puó premiarti con il massimo a cui un fotografo (amatoriale o professionista) possa aspirare: avere uno stile.
Dunque Anto, la tua provocazione, stimolo o punto di riflessione chiamiamolo come piú ci piace, merita molto più spazio e attenzione da parte dei lettori, merita di essere approfondito finanche oltre le nostre capacità (utopia1), merita la partecipazione di tutti (utopia2); il nostro "essere fotografi" é tutto qui.

A tal proposito mi piace riportare l'estratto di un pensiero dell'attualissimo e inossidabile Feininger:

"..... L'individuazione delle proprie caratteristiche personali rappresenta dunque il primo passo per divenire un fotografo cosciente delle proprie possibilità. L'originalità è la somma dei lineamenti del carattere, che debbono essere consapevolmente riconosciuti, accettati e piegati a proprio vantaggio. È possibile reprimerli ma non mutarli: tanto vale quindi sforzarsi di ottenere il meglio dalle proprie capacità.  ......"

Concludo dicendo che sono ancora ad armeggiare per tirar fuori il mio intento.... ah, se solo avessi più tempo e meno pensieri! e meno male che sono un fotografo amatoriale!! Sono sicuro che, paradossalmente, noi fotografi per passione, abbiamo molte più possibilità per riuscire nell'intento di mettere a nudo l'intento :sgrin:
Aspè non ho finito, anche lo spunto di Igna è un ottimo oggetto di discussione e, se mi viene concessa licenza, aggiungo una quinta definizione di intento fotografico, giacchè la quarta (già descritta da Anto) sarebbe una combinazione delle tre.
5) Non avere alcun intento ed averne (forse) consapevolezza.... riguarderebbe la categoria di quelli che fotografano (con il megafonino ad es.) senza saper leggere e scrivere, e quando ti capita di guardare le loro foto rimani a bocca aperta. Inconsciamente dotati?
Ne conosco un paio ora che ci penso.. e quando chiedo loro: ma come caspita fai? mi rispondono nella stessa maniera... "ma che ne so.. così mi gira in testa, mi piace e scatto"
  • Rosario
     

Offline Sardosono

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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #6 il: Venerdì, 10 Giugno 2016, 16:04:51 »
Mah, Rosario, non so cosa rispondere.
Tutto quello che dici è ragionevole, ma come ho puntualizzato per Ignazio, quello di cui era mia intenzione parlare è un'altra cosa rispetto a ciò cui vi riferite tu, Igna e... Andreas! Ripeto quanto ho già scritto:
... è fondamentale evitare che qualcuno leggendo possa confondere due usi assai differenti che si fanno del termine "intento" riferito al fotografo. Quello di cui parli tu potrebbe in realtà essere meglio definita come l'ispirazione, che certamente è influenzata pesantemente dallo strumento che si ha in mano o che si sceglie di adoperare, cosa che avviene identicamente per un pittore come uno scultore. Ma in questo topic l'intento di cui parliamo è unicamente quello relativo alla priorità che diamo alla nostra personale espressione artistica, e questa non dipende minimamente dallo strumento impiegato ma è insito in noi stessi e ha molto più a che fare con l'istinto e la nostra sensibilità estetica.
Purtroppo l'espressione "intento" in fotografia si usa per indicare due idee totalmente differenti, così come quando si parla di cavalli "da corsa" e di cavalli "vapore": il sostantivo "cavallo" c'è in entrambi i casi, ma la relazione tra i due è inesistente.

Ovviamente non ho nulla in contrario a parlare di entrambi gli argomenti, ma se li mischiamo succede un macello e non se ne cava piede.

Quello di cui parli tu, Rosario, è sostanzialmente il cosiddetto "intento fattivo", quello di cui parla Feininger è/era invece chiamata "disposizione" (ed infatti il monito di Feininger è proprio quello di evitare di assumere un intento fattivo che non sia in sintonia con la propria disposizione, che è innata, perché sarebbe fotograficamente sterile, qualcuno disse "è come trombare dandosi del lei: si può fare ma ci sarà ben poco da ricordare!"), mentre ciò a cui si riferisce Ignazio sta a cavallo tra il feeling e l'ispirazione, che in effetti influenzano anche pesantemente l'intento fattivo del fotografo. Parlate quindi di cose che, seppure differenti sono comunque ben correlate tra loro.

Io invece parlo di "intento artistico", che ha poco o nulla a che vedere con tutto quanto sopra.

Comunque la colpa è solo mia, che non ho pensato in anticipo all'equivoco che sarebbe stato inevitabile.
Quindi, riconosciuto l'errore non voglio certo perseverare e pertanto lasciamo questo topic così com'è per parlare dell'intento fotografico in senso generico, e ne apro uno nuovo con diverso titolo, nel quale cercherò di chiarire meglio quale sia esattamente l'argomento di cui mi piacerebbe discutere.
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Offline leleros

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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #7 il: Sabato, 11 Giugno 2016, 12:21:26 »
IO, non so cosa dire.  :blank: :con: :conf:
Pensavo, anzi ero sicuro, di aver colto il tuo "intento" e invece mi sa che devi approfondire se vuoi essere capito da questi quattro discoli 8)

Citazione
Quindi, riconosciuto l'errore non voglio certo perseverare e pertanto lasciamo questo topic così com'è per parlare dell'intento fotografico in senso generico, e ne apro uno nuovo con diverso titolo, nel quale cercherò di chiarire meglio quale sia esattamente l'argomento di cui mi piacerebbe discutere.
Stai attento la prossima volta :bast:  :))
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Offline steno

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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #8 il: Lunedì, 23 Gennaio 2017, 15:57:59 »
Sono capitato casualmente su questo topic inattivo da quattro mesi e sono rimasto letteralmente fulminato dall'analisi di Antonello che riguarda tutti gli aspetti principali dell'atto del fotografare ,delle intenzioni, soprattutto.
Io credo che rilanciare questo topic sia doveroso.
Credo ,come Antonello, che l'atto del fotografare non sia una mera soddisfazione 'meccanica' ma una questione piu' profonda.
Credo che le cose profonde debbano essere analizzate e portate in superficie ,per essere comprese.
Alcune incongruenze possono essere accettate solo se comprese.
La mia fotografia per esempio naviga tra il pittorico e la street photography.
Per anni sono stato sorpreso da questa 'schizofrenica' necessita' di utilizzare parametri fotografici opposti..
Ma la sintesi e' avvenuta tramite l'accettazione quando ho metabolizzato ed accettato che ENTRAMBE le forme comunicative mi appartenevano.
Questo lavoro interiore credo che sia utile per tutti coloro che si occupano di fotografia sia a livello amatoriale (come me) che professionale.
Ribadisco la mia soddisfazione per essere approdato a questo forum ,dove la fotografia viene trattata in ogni suo aspetto ,tecnico ed emozionale.

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Offline Lorenzo F.

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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #9 il: Martedì, 24 Gennaio 2017, 00:10:31 »
Non mi dilungherò,
Personalmente ho scelto di tornare alle mie origini e di scegliere uno strumento che potesse trasmettermi le stesse sensazioni del passato ma in chiave moderna, l'ho fatto nella convinzione di poter cosí riscoprire il motivo che mi aveva spinto più di 20 anni fa a trafugate la Agfa dal comò dei miei ed a finire il mio primo rullino.
Da ciò che sento, età funzionando e dopo anni di torpore, la passione autentica si sta riaccendendo.

Il principio presuppone che un fotografo debba avere un concetto in mente prima di imbracciare la macchina, il processo di formazione mentale deve essere completo.
Io invece con l'avvento del digitale mi ero smarrito nel «guarda e scatta, rivedi e scegli la più riuscita», non traendo più soddisfazione da ciò che facevo.

Un augurio di buone riflessioni.
Non sapere chi siamo è grave. Non sapere cosa si vuole è rischioso. Non capire con chi si sta parlando può essere drammatico.
M.Villani

Offline Sardosono

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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #10 il: Martedì, 24 Gennaio 2017, 04:17:01 »
Citazione da: Lorenzo F.
... l'avvento del digitale mi ero smarrito nel «guarda e scatta, rivedi e scegli la più riuscita», non traendo più soddisfazione da ciò che facevo.
Anche se duole ammetterlo, il «guarda e scatta, rivedi e scegli la più riuscita» affligge almeno il 99% della fotografia amatoriale. Se il 99% vi sembra eccessivo, vi invito ad andare su flickr (su G+ è anche peggio) per constatare che si trova MENO di una foto ogni cento che mostri anche solo un minimo di "pensiero fotografico". Se poi avete l'illusione che su Juza la situazione sia migliore, allora vi invito a verificare questa impressione, perché scoprirete che da un lato è vero che su Juza le immagini sono mediamente più "belle" che su flickr, ma se invece andate alla ricerca di immagini "buone" allora ne troverete addirittura meno che su flickr. Provare per credere....

Citazione da: Lorenzo F.
Il principio presuppone che un fotografo debba avere un concetto in mente prima di imbracciare la macchina, il processo di formazione mentale deve essere completo.
Su questo argomento, presumendo che il termine "concetto" tu lo intenda nel senso di "idea" o "pensiero fotografico", c'è poco da discutere, talmente poco che se facessimo un sondaggio potremmo ottenere anche il 100% di consenso. Viene però da domandarsi: ma se tutti sono d'accordo, come mai la percentuale di coloro che scatta con un'idea precisa sono così pochi? Beh, io non credo che le cose stiano proprio esattamente così. Mi spiego.

Io non penso che sia così bassa la percentuale di fotografi che "pensa" prima di scattare; anzi, ritengo invece che non siano pochi i fotoamatori che abbiano in mente qualcosa prima dello scatto, ossia che "cercano" l'idea o almeno ci provano, magari non sempre ma quasi. Io penso quindi che quella ad essere davvero bassa sia la percentuale delle fotografia che mostrano una traccia evidente di questo "pensiero fotografico".

Riassumendo, quindi, la mia opinione è questa: tutti o quasi sono convinti che si debba pensare prima di fotografare, e quindi di conseguenza in molti ci provano. Ma allora la domanda da porsi è diversa, ovvero: ma se tutti sono d'accordo e quindi molti provano anche a mettere in pratica, come mai la stragrande maggioranza di immagini prodotte non conserva traccia evidente di tale impegno? Insomma, come mai i risultati sono così deludenti rispetto all'impegno profuso?

Ecco, quando ho aperto il topic la mia intenzione era anche quella di arrivare proprio a questo, ossia ad esprimere la mia opinione circa le cause di tale scarsità di risultato, che adesso cercherò di sintetizzare di seguito.

Il punto è semplice: il dire che "prima di scattare occorre pensare" è certamente una bella frase, ma in pratica non dice proprio niente! Cosa si intende per "pensare"? e soprattutto, pensare a "cosa"? Se poniamo la domanda a cento persone otterremo quasi certamente altrettante risposte diverse, ossia non otterremo nessuna risposta utile. Peggio che mai se chiediamo a quelle stesse persone di prendere una propria immagine e di "spiegare" cosa ha "pensato" prima di realizzarla, otterremo soltanto una sequenza di: "ho incluso qui...", "ho tagliato là...", "ho cercato di...", "volevo...", "mi è sembrato...", ossia considerazioni di dettaglio operativo che nulla hanno a che vedere con l'idea in sé stessa, ma che semmai la "seguono". Insomma, nelle risposte appare evidente (almeno per me) che "l'idea" (che dovrebbe stare dietro lo scatto e portare al concepimento dell'immagine) viene scambiata sistematicamente con "la costruzione" dello scatto stesso. Tale equivoco è disastroso e questo è appunto il problema principale, sempre secondo me (ma non posso passarla come idea mia, essendo della medesima opinione anche tantissimi altri fotografi).

Che cosa, dunque, produce questo equivoco? Semplice: il non sapere più che cosa significhi "pensare fotograficamente"; è un concetto che ormai si è perso, forse perché talmente semplice e scontato che anche quando ero ragazzo e imparavo non è che in molti si preoccupassero di ripeterlo più di tanto. Mi vien in mente un esempio banalmente stupido: una volta che si è imparato a guidare l'auto, chi si preoccupa più di ricordare agli altri che quello di sinistra è il pedale della frizione? Eppure negli USA il cambio automatico è ormai talmente diffuso che è facile trovare persone che pur sapendo che esiste una cosa chiamata "cambio manuale" non hanno però proprio idea di cosa sia una frizione, né a cosa serva ed ancor meno come si usi.

Cosa vuol dire, dunque, "pensare fotograficamente"? Una cosa banalissima: immaginare nella propria mente (*) l'immagine ideale, nel senso di CONCEPIRLA già finita sotto ogni punto di vista, ossia: composizione (cioè il percorso di lettura), inquadratura e taglio (cioè selezione e posizione "reciproca" degli elementi, per ottenere proprio "quella" composizione) e luce (cioè incastrare nel percorso di "quella" composizione i rapporti di contrasto delle diverse zone di luminosità). 

Questo è il concetto di "idea fotografica": l'immagine stessa che immaginiamo (ossia costruiamo virtualmente) nella nostra mente, BEN PRIMA di cominciare a guardare la scena nel mirino. Nulla di più, nulla di meno. Tutto questo è un processo creativo compiuto, ma è ancora virtuale, quindi gli manca "soltanto" di dover essere convertito in uno scatto! "E hai detto cotiche!...."

A questo punto, quindi, una volta "immaginata" la nostra fotografia i casi sono due: la scena ci si presenta esattamente come l'immagine che abbiamo in testa, ed in tal caso siamo fortunatissimi (è raro ma succede) perché basta inquadrare e scattare; oppure la scena NON corrisponde all'immagine che abbiamo in mente, ed allora dovremo necessariamente scendere a patti con la realtà e "costruire" materialmente l'immagine, cominciando con l'andare a cercare un punto di ripresa idoneo, per poi aggiustare qui, tagliare di là, ecc, fino ad arrivare a qualcosa che assomigli a quanto abbiamo immaginato. e alla fine di tutto l'ambaradan, finalmente... click!

Ma è davvero indispensabile tutto questo lavoro? La risposta è: dipende. Dipende dal fatto che vogliamo produrre "belle" oppure "buone" immagini. Che differenza c'è? Beh, è impossibile darne una definizione, ma se non è chiaro cosa siano le "belle" immagini, andate su 500px, che è strapieno di "belle" immagini, mentre le "buone" si contano col lanternino e sono difficilissime da trovare, peggio di un ago in un pagliaio, perché NON vengono votate e quindi "affondano" in fretta! Se non vi è chiaro cosa siano le "buone" immagini allora è più difficile, perché non ci sono posti privilegiati dove trovarle, ma potete fare così: andate a cercare fotografie che siano state scattate almeno un quarto di secolo addietro e che non siano giornalistiche, quindi osservatele attentamente, sapendo che se sono sopravvissute fino ad oggi è certamente perché sono delle "buone" immagini. Non sto dicendo che debbano necessariamente essere vecchie di decenni, ma semplicemente che le "belle" foto sono come gocce nella pioggia, falene ammirate per un giorno e già dimenticate il giorno appresso, mentre le "buone" fotografie sono assai più longeve e possono sopravvivere al fotografo.

Infatti, senza questo lavoro di "immaginazione preliminare" potremo benissimo diventare lo stesso degli eccellenti produttori di "belle" immagini, in quanto per realizzare "belle" fotografie non serve a niente stare lì ad immaginarle prima (il che secondo me è ovvio, ma se non lo fosse vedremo di spiegarlo), anzi può addirittura diventare controproducente. Ma in tal caso le "buone" immagini che produrremo saranno sempre e soltanto frutto del caso.

Se invece aspiriamo a produrre "buone" immagini, ossia qualcosa che sia in grado di superare la prova del tempo e delle mode almeno per qualche anno (e non per motivi affettivi), allora l'esperienza fotografica ha ampiamente dimostrato che se non impariamo ad immaginarla prima non abbiamo speranza e possiamo solo confidare nella fortuna.

E finalmente possiamo ricollegarci con l'argomento iniziale di questo topic: l'intento fotografico.
Citazione da: steno
Credo ,come Antonello, che l'atto del fotografare non sia una mera soddisfazione 'meccanica' ma una questione più profonda.
Credo che le cose profonde debbano essere analizzate e portate in superficie ,per essere comprese.
Ogni volta che decidiamo di eseguire uno scatto diventa quindi fondamentale avere ben chiaro in mente in quale dei tre intenti vogliamo far rientrare QUELLA SPECIFICA IMMAGINE (e quindi quale sia la nostra priorità), altrimenti non solo rischiamo di complicarci inutilmente la vita, ma peggio andiamo incontro ad insoddisfazione pressoché certa. Infatti, riferendoci al post iniziale dell'intero topic:
1) se l'intento è la documentazione, allora immaginare prima la foto non serve assolutamente a nulla;
2) se l'intento è l'espressione della mia interpretazione, allora dipende dal fatto di aspirare a "belle" o a "buone" foto;
3) se l'intento è l'estetica della luce, allora per definizione sto aspirando a produrre buone foto, quindi non si scampa: DEVO PRIMA CONCEPIRE L'IMMAGINE NELLA SUA INTEREZZA E NEL DETTAGLIO, e solo dopo posso preoccuparmi di come materialmente realizzarla.

Il tutto ovviamente anche con una discreta dose di IMO!


(*) non si confonda questo con la "pre-visualizzazione": sono due cose diverse, per quanto correlate.
Un conto è CONCEPIRE una immagine nella sua interezza, altro è semplicemente visualizzare qualcosa mentalmente: quest'ultimo serve per il primo, certamente, ma il primo è un atto creativo, mentre il secondo è un semplice fenomeno fisiologico/mentale.
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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #11 il: Martedì, 24 Gennaio 2017, 09:56:12 »
Si Antonello, intendevo proprio quello.
Mi capita di riflettere spesso su un dato di fatto, ossia che non esistono due scatti uguali benchè magari il soggetto sia lo stesso ma immortalato da 2 fotografi differenti, e di interrogarsi sul significato di questa differenza.
Cosa ci può essere quindi di diverso? Semplicisticamente questa differenza viene definita come (la mano del fotografo) ecco, penso che questa affermazione, fatta in tal senso, sia riduttiva o limitata e circoscritta all'esperienza tecnica di chi ha eseguito lo scatto.
Io credo ed è solo una mia opignone personale, che la (mano del fotografo) in realtá comprenda non solo la tecnica acquisita ma anche il percorso personale fatto prima e fino ad arrivare a quel momento, a quello scatto... mi spiego, come vedo io la vita? Cosa ci vedo? Come la vedo e cosa di essa ne percepisco?   
In base alle risposte conscie o inconscie (in questo caso la chiamiamo fortuna del principiante), andrò ad eseguire uno scatto piuttosto che un altro, il fatto che la foto sia bella oppure sia una bella foto dipende da quante e quali risposte conscie io ho saputo trovare a quelle che sono le mie domande di vita.
Spero di essere riuscito a spiegarmi, non è un pensiero facile da spiegare  :P
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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #12 il: Martedì, 24 Gennaio 2017, 11:44:49 »
tra i punti forse ce ne sarebbe un altro da aggiungere oltre ai 3 ovvero per lavoro?
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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #13 il: Martedì, 24 Gennaio 2017, 12:01:19 »
Nella, "la mano del fotografo" sono comprese, la manualità, lo sviluppo mentale, il senso dell'equilibrio chiaroscurale, il senso del colore, la velocità di afferrare l'attimo, e altre...
tutto questo fa il buon fotografo. HIMO
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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #14 il: Martedì, 24 Gennaio 2017, 18:52:35 »
Citazione da: Lorenzo F.
... la "mano del fotografo" in realtà comprenda non solo la tecnica acquisita ma anche il percorso personale fatto prima e fino ad arrivare a quel momento, a quello scatto...
Citazione da: Farenzi
Nella "mano del fotografo" sono comprese la manualità, lo sviluppo mentale, il senso dell'equilibrio chiaroscurale, il senso del colore, la velocità di afferrare l'attimo, e altre... tutto questo fa il buon fotografo.
E' evidente che avete ragione entrambi.
Le espressioni come "la mano" oppure "l'occhio del fotografo" sono metafore già equivoche in partenza, quindi si finisce inevitabilmente che ci sia (soprattutto nel web) chi le interpreta in modo restrittivo, ossia riferito alla sola esperienza e/o alla sola abilità del fotografo. Ma è chiaro (o almeno dovrebbe esserlo) che esperienza ed abilità (skill) sono soltanto strumenti al servizio del pensiero fotografico, senza il quale non ci sarà mai un "buon fotografo". Ma se da un lato è indiscutibile che esperienza ed abilità da sole non possono fare un buon fotografo, dall'altro lato nasce un paradosso, ossia: esperienza ed abilità da sole (cioè senza aver dietro un vero pensiero fotografico originale) possono benissimo produrre un bravo fotografo e persino un fotografo di successo (effimero, ma pur sempre di successo). Provo a spiegarmi meglio.

Infatti, molti fotografi (amatori e ancor più professionisti), pur non possedendo alcun pensiero autonomo ed originale, riescono benissimo a produrre "belle" immagini anche in gran quantità e varietà grazie appunto ad esperienza ed abilità, e poiché le belle immagini trovano un mercato ecco che la loro produzione ha successo. E questo successo viene ammirato e ricercato dagli altri fotografi (amatori e ancor più professionisti) e dunque il loro approccio alla fotografia viene imitato a livello globale.

Vi state per caso domandando cosa ci sia di sbagliato in tutto questo? Vi accontento subito.

Innanzitutto, se lo scopo che abbiamo è quello di fare della fotografia un mestiere (make photos for a living), allora non c'è assolutamente niente di sbagliato. Il motivo è semplice: i tempi nei quali si poteva campare facendo buona fotografia sono ormai passati da almeno mezzo secolo, e difficilmente torneranno. Oggi si può campare soltanto facendo "belle" immagini, perché solo quelle vendono. Anzi, difficilmente vedrete "buone" immagini nei book dei professionisti che vendono (tranne quando sono ormai talmente affermati da poter dettar legge alla propria clientela).

Ma il punto è che il professionista NON fotografa per sé ma per gli altri, per la committenza. SE decide di fotografare per sé stesso (ossia SE e QUANDO trova la voglia, il tempo e l'ispirazione), allora dismette i panni del professionista per vestire quelli del fotoamatore: a quel punto cambia completamente il suo intento fotografico e comincia a pensare la fotografia in tutto un altro modo, e di solito mantiene le due produzioni ben separate tra loro: le "belle" foto per il lavoro e quelle "buone" per sé stesso ed il proprio archivio privato, nessuna commistione è possibile.

Purtroppo però, col passar del tempo sono sempre di più i bravi professionisti che la "buona" fotografia non la sanno proprio praticare, per il semplice fatto che non se ne sono mai preoccupati (spesso anche per loro stessa ammissione), neanche quando imparavano e si formavano come fotografi. Ripeto, sono sono pochi quelli disposti ad ammettere che se "perdi tempo" inseguendo la buona fotografia non campi come professionista, quindi non se ne sono mai neanche preoccupati.

Ma per il fotoamatore le cose stanno diversamente, poiché egli non deve campare della propria passione, dunque può scegliere liberamente cosa cercare, se la "buona" e la "bella" immagine. Può benissimo anche andare alla ricerca di entrambe (e spesso è così), basta che non commetta l'errore di voler ottenere le due cose nella stessa foto, perché questo conduce al fallimento assicurato: una immagine può essere "bella" oppure "buona" o nessuna delle due, ma non può mai essere entrambe le cose insieme VOLUTAMENTE. Per essere chiari, qualche volta succede, questo è vero, ma una delle due qualità (o la bontà o la bellezza) è venuta fuori per puro caso. Insomma, così come andando alla ricerca di foto belle ogni tanto capita per puro caso che ne venga fuori una ANCHE buona, allo stesso modo capita che andando alla ricerca di foto buone ogni tanto ne venga fuori una ANCHE bella, ma sempre per puro caso, perché i due processi di ricerca sono talmente differenti che la coincidenza delle due qualità è frutto solamente di pura fortuna.
Congelare in una foto l'istante effimero ci permette di estrarlo dall'eternità, non tanto, o non soltanto, per documentarlo, quanto soprattutto per poterlo "ammirare" (anonimo sardo)

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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #15 il: Martedì, 24 Gennaio 2017, 19:04:12 »
Citazione da: conla
tra i punti forse ce ne sarebbe un altro da aggiungere oltre ai 3 ovvero per lavoro?
Nel post precedente ho implicitamente esposto la mia opinione anche su questo, ma voglio anche esplicitarla.

Nel post iniziale ho volutamente escluso la fotografia professionale perché essa è puramente strumentale e di conseguenza l'intento non è mai quello del fotografo ma quello del committente. Soltanto una minima parte di fotografi (mi cito da solo)
Citazione
quando sono ormai talmente affermati da poter dettar legge alla propria clientela
possono permettersi di subordinare l'intento del cliente al proprio; ma in tal caso allora rientrano comunque in uno dei tre casi che abbiamo elencato. Ma un normale professionista, non solo non può permettersi il lusso di presentare "buone" foto (lo prenderebbero per un incompetente), ma neanche può permettersi di presentare immagini genericamente "belle": deve sempre presentare immagini che siano valutate "belle" dal committente, il resto non conta, anche se per lui fossero delle solenni e maestose schifezze!  :ohi:
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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #16 il: Mercoledì, 25 Gennaio 2017, 08:49:15 »
Citazione da: conla
tra i punti forse ce ne sarebbe un altro da aggiungere oltre ai 3 ovvero per lavoro?
Nel post precedente ho implicitamente esposto la mia opinione anche su questo, ma voglio anche esplicitarla.

Nel post iniziale ho volutamente escluso la fotografia professionale perché essa è puramente strumentale e di conseguenza l'intento non è mai quello del fotografo ma quello del committente. Soltanto una minima parte di fotografi (mi cito da solo)
Citazione
quando sono ormai talmente affermati da poter dettar legge alla propria clientela
possono permettersi di subordinare l'intento del cliente al proprio; ma in tal caso allora rientrano comunque in uno dei tre casi che abbiamo elencato. Ma un normale professionista, non solo non può permettersi il lusso di presentare "buone" foto (lo prenderebbero per un incompetente), ma neanche può permettersi di presentare immagini genericamente "belle": deve sempre presentare immagini che siano valutate "belle" dal committente, il resto non conta, anche se per lui fossero delle solenni e maestose schifezze!  :ohi:

ok ... pero' tra bella e buona fotografia riferita ai professionisti intendi buona (la fototessera) bella (ritratto in famiglia) ?
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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #17 il: Mercoledì, 25 Gennaio 2017, 12:08:27 »
L'argomento richiede una vita di metabolizzazione e di costante evoluzione del proprio pensiero in merito.
Per diversi mesi ho smesso di fotografare poprio perchè mi sono "incastrata" in un dibattito con me stessa circa quello che realmente volevo quando prendevo in mano una macchina fotografica. Da questo dibattito non ne sono ancora uscita: è come se intuissi qualcosa che però non riesco a cogliere...

Vorrei aggiungere che, a mio avviso, se l'intento è il punto 2, ovvero "se l'intento è l'espressione della mia interpretazione", allora è necessario un passo ulteriore che richiede consapevolezza, coraggio di espremersi, coraggio di mettersi a nudo, maturità (nel senso di avere maturato dentro di se la consapevolezza di quello che si è e che si vuole esprimere).

Aggiungerei anche che il punto 3 è quello che (foveon a parte, forse  :P) è forse più semplice da ottenere ma che, se non associato ad altri tipi di espressione, rende tutto un po piatto, qualcosa che (come dicevate più avanti) viene dimenticato molto facilmente.

Siamo bombardati da immagini spesso belle, bellissime ma non ci rimane più nei ricordi nulla. Tanto che anche nel marketing e nei social le immagini "non funzionano più", proprio perchè c'è un'overdose di immagini belle. Si è passati ai video. Ma poi ci si accorgerà che, una volta che saremo bombardati da miliardi di video ben fatti, anche di quelli non ci rimarrà più in testa nulla.

Quello che faccio come allenamento personale è cercare di capire quali immagini, tra quelle che vedo, mi rimangono in mente. Di quelle, quando ho il tempo per farlo, mi chiedo il perchè.

Altro aspetto trattato è la "costruzione dell'immagine", processo che comunque viene molto molto dopo l'intento.
In tutti i casi credo che sia un altro processo molto molto difficile (o, almeno, per me lo è) e che richieda grande pazienza e molto allenamento.
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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #18 il: Mercoledì, 25 Gennaio 2017, 12:15:59 »
Posso ancora aggiungere che, a mio avviso, frequentare mostre (non necessariamente solo fotografiche ma anche di altre espressioni artistiche) può aiutare a iniziare o proseguire un percorso per ragionare sull'intento fotografico?

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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #19 il: Mercoledì, 25 Gennaio 2017, 15:31:38 »
Aggiungerei anche che il punto 3 è quello che (foveon a parte, forse  :P) è forse più semplice da ottenere ma che, se non associato ad altri tipi di espressione, rende tutto un po piatto, qualcosa che (come dicevate più avanti) viene dimenticato molto facilmente.

ok ... pero' tra bella e buona fotografia riferita ai professionisti intendi buona (la fototessera) bella (ritratto in famiglia) ?

Sulla base di questi due commenti sono costretto ad ammettere che non sono minimamente riuscito a spiegare il mio pensiero.  :azz:  :(

@Silvia
Il punto tre, ossia espresso sinteticamente "fotografare la luce", è l'intento di gran lunga più difficile da perseguire, ma quando ci si riesce è certamente quello che più di tutti produce immagini che perdurano nel tempo e sopravvivono a mode, maniere e tendenze. Giusto per fare un esempio per capirci: d'antonomasia sono le immagini di Ansel Adams!

@conla
Ho cercato di chiarire che nella fotografia professionale (quella con la quale ci si paga la pagnotta!) la "buona" fotografia non ha modo di esistere, il che è di tutta evidenza perché l'intento che comanda è quello del committente, non quello del fotografo. L'eccezione si ha esclusivamente quando il fotografo è diventato talmente conosciuto e famoso da potersi permettere di infischiarsene di quel che vuole/vorrebbe il cliente per dargli invece quel che garba a lui.
Facciamo un esempio per capirci, un caso reale.

Uno sportivo, nel nostro caso un giocatore di calcio di nome Zlatan Ibrahimovic, va da un bravo fotografo professionista QUALUNQUE (nel senso che non ha fama internazionale) per farsi fare un ritratto. Il cliente ha le idee ben chiare del genere di ritratto che vuole, tanto è vero che porta con se tutta una serie di esempi di ritratti di altri suoi colleghi da mostrare al fotografo, al fine di chiarire bene quel che desidera. Il fotografo, però, non degna neanche di uno sguardo il materiale portato dal cliente, ma lo interrompe subito e gli dice senza mezzi termini che se vuole un ritratto da lui deve accettare quello che egli deciderà e sarà soltanto una unica immagine: prendere o lasciare.
Supponiamo, con uno sforzo di fantasia, che il nostro cliente non se ne vada mettendosi a ridere (o sbattendo la porta) ma che decida di stare al gioco, giusto per vedere cosa ne viene fuori, quindi stabiliscono un prezzo e una giornata intera per le riprese, che vengono eseguite il giorno concordato. Una settimana dopo il cliente torna dal fotografo che gli presenta un'unica immagine, precisamente questa:



Vogliamo davvero pensare che il cliente avrebbe accettato di buon grado di farsi fotografare a quelle condizioni e soprattutto avrebbe gradito questa immagine come unico risultato finale se fosse stato un fotografo QUALUNQUE, invece di chiamarsi Efrem Raimondi ed essere conosciuto in tutto il mondo per i suoi ritratti anche eccentrici alle celebrità internazionali? O anche se il fotografo QUALUNQUE fosse stato proprio lo stesso Efrem Raimondi, ma ancora all'inizio della sua carriera, quando ancora nessuna sapeva chi fosse?

La mia risposta è ASSOLUTAMENTE NO, non ci credo neanche un po', sono certo che gli avrebbero riso in faccia.

Questo "ritratto", per quanto eccentrico, è sicuramente una "buona" immagine (per altro per niente "bella"), ma per potersela permettere come fotografo professionista occorre avere già un nome del livello di Raimondi, ossia tale che il cliente non abbia neanche il coraggio di commentare, altrimenti lo prenderebbero per scemo, gli riderebbero dietro e farebbe la fame, IMO....
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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #20 il: Mercoledì, 25 Gennaio 2017, 17:14:04 »
ok antonello ci siamo capiti :si:
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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #21 il: Mercoledì, 25 Gennaio 2017, 18:19:06 »
Benissimo Antonello, buona la terza direi!
Sono un cercatore di luce, che percorso e quali libri mi consiglieresti?
Non sapere chi siamo è grave. Non sapere cosa si vuole è rischioso. Non capire con chi si sta parlando può essere drammatico.
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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #22 il: Giovedì, 26 Gennaio 2017, 14:07:01 »

@Silvia
Il punto tre, ossia espresso sinteticamente "fotografare la luce", è l'intento di gran lunga più difficile da perseguire, ma quando ci si riesce è certamente quello che più di tutti produce immagini che perdurano nel tempo e sopravvivono a mode, maniere e tendenze. Giusto per fare un esempio per capirci: d'antonomasia sono le immagini di Ansel Adams!


...avevo capito tutt'altra cosa relativamente al punto 3 :ohi:
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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #23 il: Giovedì, 26 Gennaio 2017, 14:49:25 »
...avevo capito tutt'altra cosa relativamente al punto 3 :ohi:
No, ti prego, non sbattere la testa al muro  :)) , tu non c'entri!  :no: Sono io che ho dato per scontato (come al solito) che le terminologie e le espressioni fotografiche (e non solo) con le quali sono cresciuto e che tutt'ora uso, siano ancora ricevute con gli stessi significati di una volta. Sono io che non mi rassegno al fatto che ormai i significati della maggioranza delle accezioni sono come minimo profondamente trasformati (imbastarditi sarebbe più appropriato) o addirittura persi del tutto.

Guarda, ho fatto giusto ieri per curiosità una ricerca su google per "fotografare la luce" e per poco non mi mettevo a piangere: ho trovato tutt'altro rispetto alla metafora che si intendeva un tempo (della quale non è venuto fuori neanche un accenno), ma quel che è peggio è che in particolare sono venuti fuori articoli su come "disegnare" sulla fotografia usando una torcia a led come "pennello".... ecco, qui si che mi viene da....  :ohi:

Giusto per provare a salvare questa espressione dall'oblio, cerco di esprimerla al meglio di seguito.

Quella di "fotografare la luce" era una metafora con la quale si chiariva che l'interesse principale era proprio la luce in sé, mentre il soggetto era solo un'occasione oppure addirittura un semplice pretesto, ossia aveva il ruolo di mero "bersaglio" di luce. Questo non vuol dire che il soggetto non contasse affatto (errore tipico del principiante che prende il concetto alla lettera), ma semplicemente che per il fotografo (o meglio per il suo intento in QUELLA fotografia) la foto non ha senso se la scena prima e l'immagine poi non presentano una luce davvero degna di attenzione.

Facciamo un esempio: quanti paesaggisti dicono "eh, purtroppo non c'era la luce giusta!...." Ecco, la maggior parte dei fotografi capisce che "è la luce che fa la differenza tra il cestino e la stampa", ma poi si ferma a questo, ossia ad aspettare che la luce sia quella giusta, ma sempre con lo scopo di riprendere il soggetto, quindi la luce rimane uno strumento per la ripresa del soggetto. Con una metafora: "quelli che vanno in caccia del soggetto ed aspettano la luce".

Al contrario, altri fotografi vanno oltre tutto questo, letteralmente invertendo la metafora, per diventare: "quelli che vanno in caccia della luce ed aspettano il soggetto". Ecco, questa metafora descrive bene il punto TRE, cioè quel che si intende con "dare priorità alla luce", ossia (come ho scritto nel primo post) "cercare la luce per fotografare sostanzialmente questa per pura espressione estetica, infischiandosene di tutto il resto che rimane mero accadimento accidentale, ma che acquista valore emotivo e narrativo grazie all'interazione con la luce".
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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #24 il: Venerdì, 27 Gennaio 2017, 10:10:23 »

No, ti prego, non sbattere la testa al muro  :)) , tu non c'entri!  :no: Sono io che ho dato per scontato (come al solito) che le terminologie e le espressioni fotografiche (e non solo) con le quali sono cresciuto e che tutt'ora uso, siano ancora ricevute con gli stessi significati di una volta. Sono io che non mi rassegno al fatto che ormai i significati della maggioranza delle accezioni sono come minimo profondamente trasformati (imbastarditi sarebbe più appropriato) o addirittura persi del tutto.


ehehe...la sbatto, la sbatto perchè per fare un "salto in avanti" devo conoscere e confrontarmi. Purtroppo non ho vissuto la fotografia di cui parli, ho preso per la prima volta in mano una macchina fotografica (con l'intento di fotografare) nel 2009 e l'ho vissuta solo dal punto di vista di istinto e sempre in modo personale, senza  cercare il confronto con nessuno (non perchè non lo ritenessi utile ma perchè per me la fotografia era semplicemente un mio linguaggio slegato da quello che poteva essere il "risultato"). Mi sono iscritta su questo forum, oltre che per l'interesse verso la tecnologia, per imparare da e con altre persone.

Quella di "fotografare la luce" era una metafora con la quale si chiariva che l'interesse principale era proprio la luce in sé, mentre il soggetto era solo un'occasione oppure addirittura un semplice pretesto, ossia aveva il ruolo di mero "bersaglio" di luce. Questo non vuol dire che il soggetto non contasse affatto (errore tipico del principiante che prende il concetto alla lettera), ma semplicemente che per il fotografo (o meglio per il suo intento in QUELLA fotografia) la foto non ha senso se la scena prima e l'immagine poi non presentano una luce davvero degna di attenzione.

Facciamo un esempio: quanti paesaggisti dicono "eh, purtroppo non c'era la luce giusta!...." Ecco, la maggior parte dei fotografi capisce che "è la luce che fa la differenza tra il cestino e la stampa", ma poi si ferma a questo, ossia ad aspettare che la luce sia quella giusta, ma sempre con lo scopo di riprendere il soggetto, quindi la luce rimane uno strumento per la ripresa del soggetto. Con una metafora: "quelli che vanno in caccia del soggetto ed aspettano la luce".

Al contrario, altri fotografi vanno oltre tutto questo, letteralmente invertendo la metafora, per diventare: "quelli che vanno in caccia della luce ed aspettano il soggetto".

Credo di avere capito. Dico credo, a rischio di sembrare ottusa, perchè mi è chiaro quello che significhi questa espressione per un paesaggista ma quando si aggiunge, all'elemento del paesaggio, la vita, la "persona", questo processo mi pare sia molto più complesso.
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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #25 il: Venerdì, 27 Gennaio 2017, 16:19:14 »
Credo di avere capito. Dico credo, a rischio di sembrare ottusa, perché mi è chiaro quello che significhi questa espressione per un paesaggista ma quando si aggiunge, all'elemento del paesaggio, la vita, la "persona", questo processo mi pare sia molto più complesso.
Non v'è dubbio! Non a caso il conferire "la priorità alla luce" è considerato l'intento fotografico più difficile da perseguire, e certamente aggiungervi ogni tipo di ulteriore correlazione lo rende ancor più complesso, più di tutte l'attenzione alla "persona".

Ma la vera difficoltà per il fotografo consiste nel riuscire a perdere completamente le abitudini inveterate, che lo portano a finire col concentrasi prima sul soggetto invece che sulla luce. Ti porto un esempio di un ritratto di mia figlia (la più piccola) che le ho regalato l'anno scorso per il suo ventunesimo compleanno.

Potrebbe sembrare, a prima vista, che l'immagine si regga sulla postura e l'espressione del soggetto e che la luce sia solo di supporto, per quanto valido. Ma chiunque abbia un minimo di reale esperienza fotografica sa benissimo che è l'esatto contrario: è la luce che fa tutto "il lavoro", mentre postura ed espressione sono loro ad essere soltanto di supporto, ossia sono puramente accessori strumentali (il "bersaglio" della luce, appunto). Per rendersene conto (e quindi capire anche il perché) basta fare un semplice esercizio di "immaginazione fotografica" (per la qual cosa serve appunto esperienza reale):
A) manteniamo la stessa luce e cambiamo la postura e l'espressione a caso con qualunque altra, anche banale, ed al 90% il risultato rimarrà una "buona" immagine; oppure
B) manteniamo postura ed espressione e cambiamo la luce a caso con una qualunque ed al 90% la foto sarà da cestinare.

Faccio di seguito copia incolla del commento che aggiunsi all'immagine quando la postai un anno addietro sull'altro forum (CSCTalk.com) come esempio del vantaggio di adoperare lenti morbide per immagini che sappiamo già in partenza che finiranno in chiave bassa (low-key). Anche se l'argomento del topic era quindi tutt'altro, dal commento che feci si capisce benissimo che la molla che ha fatto scattare il ritratto è stata "il riconoscimento della luce" e non l'espressione di mia figlia!  :))

Citazione
Una nota tecnica, anche curiosa. Nella pupilla si vedono chiaramente tre luci: quella in alto è la finestra (luce principale), quella nel mezzo un monitor 16:9 da 25" pollici montato in verticale (che ha fatto da luce d'effetto), quella in basso è il display da 13" del notebook che tiene sulle gambe (che ha fatto da schiarita). Come ho vista quella luce ho anche visto questo preciso risultato che diceva "sono qui!" Sono corso a prendere la fotocamera, ho montato al volo il Porst e sono riuscito a scattare senza che se ne accorgesse, immersa com'era nello studio ho avuto tutto il tempo (è iscritta in scienze dell'informazione - comunemente detta informatica - ed è l'unica a voler seguire le orme del babbino, non ostante questi non sia molto d'accordo; però come il babbo, quando è assorta nello studio non si accorge neanche di un terremoto...). Un vero colpo di fortuna!



Fujifilm X-T10 con Porst 55mm F1.4 (circa 85mm equivalente)
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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #26 il: Venerdì, 27 Gennaio 2017, 17:46:27 »
Stabiliante,
e l'esercizio che consigli è corretto, infatti fosse più definita la foto non avrebbe quella resa poichè ci si concentrerebbe sul viso anzichè sul vero soggetto della foto.


L'hai regalata a tua figlia? Lei crede di essere stato il soggetto della foto ? Gli hai anche spiegato la verità ? hihihi
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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #27 il: Venerdì, 27 Gennaio 2017, 18:47:32 »
L'hai regalata a tua figlia? Lei crede di essere stato il soggetto della foto ? Gli hai anche spiegato la verità ? hihihi
Ah, mie figlie erano talmente abituate da piccole ad avere l'obiettivo puntato addosso, che anche adesso che sono cresciute non ci fanno più caso. Conoscono le mie "fissazioni" fotografiche e ne approfittano per prendermi in giro, al punto che se mi vedono correre a prendere la fotocamera sono capaci di improvvisare un coretto all'unisono e senza mettersi d'accordo, parafrasando The Blues Brothers: "Papà ha visto la luce...."  ::)  :))
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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #28 il: Venerdì, 27 Gennaio 2017, 18:57:04 »
 :rofl: :rofl: :))
Una curiosità Antonello, avresti dei libri da consigliarci in materia di "Ricerca della luce"?
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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #29 il: Venerdì, 27 Gennaio 2017, 21:28:32 »
No, purtroppo di libri che affrontino esplicitamente questo approccio non ne conosco. O meglio, dei vecchi che mi passarono per le mani un tempo non ne ho purtroppo memoria e purtroppo al quadrato non sono più stati ristampati e neanche ne ho mai visto di recenti, evidentemente non vendono (e ci sarebbe da riflettere su questo).

Posso però dirti che sono quelle cose che si imparano quasi esclusivamente uscendo sul campo in affiancamento con qualcuno che sappia quel che sta facendo (in gergo si dice/diceva "che sa riconoscere la luce"): in una settimana si impara quel che dai libri (o con le sole parole) e da soli ci vogliono anni, ammesso di riuscirci.

Ma posso comunque suggerirti alcuni volumi di fotografie che ritengo molto istruttive, assai più di qualunque libro divulgativo. Ma la corretta fruizione richiede però alcune considerazioni per niente scontate.

Innanzitutto occorre essere ben consapevoli che i fotografi che cercano la luce lo fanno istintivamente, senza quasi porvi attenzione (a parte naturalmente nella fase iniziale del loro apprendistato) e quindi raramente sottolineano la cosa nel commentare le proprie immagini ed il proprio approccio. Prendiamo ad esempio HCB come esempio limite all'opposto, in quanto non ha praticamente mai parlato di luce nei suoi commenti. Eppure, egli racconta che da un lato moltissimi scatti li prendeva al volo senza star lì tanto a pensare, mentre in altri casi per realizzarne uno solo impiegava davvero molto tempo, in quanto una volta scelto il posto e l'inquadratura poteva stare lì anche ore ad aspettare che una figura umana entrasse nella zona da lui attesa per poter finalmente realizzare lo scatto. Ma in questo modo egli sta esplicitamente ed indiscutibilmente affermando di aver scelto prima il posto e l'inquadratura e quindi per lui la figura umana è soltanto strumentale per l'immagine. Ma allora basta domandarsi: in base a cosa ha scelto proprio quel posto e proprio quella inquadratura? Beh, anche se HCB non si è mai preso il disturbo di spiegare la cosa, basta osservare quelle immagini per "vedere" coi propri occhi che la chiave di tutto era "la luce", per di più "inquadrata in quel modo" e non in un altro. Invece, nelle immagini prese "al volo" (ossia la sua produzione point-and-shot) si nota immediatamente che la luce è sostanzialmente casuale. In altre parole, HCB non era per niente fissato nella sola ricerca della luce, ma quando gli capitava davanti quella giusta capiva per istinto che quella luce da sola valeva lo scatto e si metteva lì con pazienza ad aspettare che un qualche "bersaglio umano" gli facesse la cortesia di entrare nella scena per andarsi a collocare nel punto giusto.

Seconda considerazione: il filtro del tempo. Prendiamo ad esempio il foto-giornalismo, che certamente di tutto si preoccupa tranne che di fotografare la luce. Eppure, quando andiamo ad analizzare le immagini del foto-giornalismo che  hanno superato il vaglio del tempo e che non sono rimaste soltanto mera documentazione d'archivio ma conservano anche considerazione puramente fotografica, notiamo subito che hanno in comune una cosa: la luce non banale. Certo è stato un caso, il fotografo non ha scelto di scattare perché "la luce era favolosa", ma è un fatto che se la luce non fosse stata tale quella foto sarebbe caduta nel dimenticatoio degli archivi giornalistici. Anche qui voglio fare un esempio contrario e vado a scomodare una immagine altamente drammatica, nientemeno che l'assassinio di Robert F. Kennedy. Al momento dell'omicidio erano presenti decine di foto-reporter e furono scattate letteralmente migliaia di foto, tutte ben conservate negli archivi storici e giornalistici. Eppure, tra tutte ce n'è una che è sopravvissuta al tempo e prevale su tutte le altre: perché? Non è per niente la più "documentativa" né la più "drammatica" e neanche la più "stampabile" né la più "politicamente corretta": è semplicemente quella con la luce più "favolosa". Non lo dico assolutamente con cinismo, anzi al contrario, a mio avviso proprio quella luce scolpisce la drammaticità del momento al di là dell'evento in sé stesso, generalizzandone la drammaticità al di sopra della sua specificità ed per questo che esisterà ancora tra duecento anni, a prescindere dal fatto che la vittima sia Robert Kennedy o meno e che sia riconoscibile o meno. La posto alla fine del testo, anche se non ho trovato l'originale, ma solo quella che circola in rete e che andò in stampa sui quotidiani, dove, purtroppo, il viso di Juan Romero è stato artificialmente schiarito, cosa bruttissima. Ma nel libro che indico qui sotto trovate proprio l'originale non maneggiata.

Dopo tutto questo sproloquio, adesso posso spiegarti perché come primo libro ti consiglio "LIFE - I grandi Fotografi" edito da Contrasto (circa 30 euro). Proprio per il fatto che (tranne magari rarissimi casi) in nessuna delle immagini riportate nel volume il fotografo aveva in testa la ricerca della luce, appare evidente che l'inaspettatamente alta percentuale di foto con una luce "splendida" non trova altra spiegazione che il filtraggio del tempo. Le immagini che sono dapprima sopravvissute e poi adesso selezionate, lo devono più per la loro luce casualmente tutt'altro che banale che non per l'effettivo contenuto. Nel foto-giornalismo le immagini con una luce che abbia qualcosa da dire capitano per puro caso, forse una volta su cento (per non dire una su mille), eppure in questo volume ce ne sono almeno una su cinque, ossia quasi il venti percento!!!

L'altro volume che ti consiglio è "Vivian Maier - Una Fotografa Ritrovata" sempre edizioni Contrasto (39 euro). Non riesco a comprendere chi si meraviglia del successo che hanno avuto le sue immagini: basta osservare che in quasi la metà delle sue foto "è la luce che fa il lavoro" per rendersi conto che questa fotografa andava in caccia della luce! O vogliamo ritenere che sia solo un caso e che avesse una fortuna degna di Gastone Paperone? Ovviamente è chiaro che in questi casi la Maier sceglieva l'esatto punto di ripresa e poi si metteva lì ad aspettare il soggetto, né più né meno come HCB.

Non solo, ma abbiamo anche la riprova che nell'altra metà dei suoi scatti, quelli cioè nei quali la luce non ha nulla di particolare, allora la scelta del soggetto riceve ben diversa attenzione (ossia è sempre centrale e mai soltanto funzionale). E poiché abbiamo TUTTI i suoi negativi, sappiamo con certezza che non c'è ASSOLUTAMENTE NULLA DI CASUALE nel suo fotografare, ma ella sapeva ESATTAMENTE quello che faceva, perché nella maggior parte dei casi prendeva UN UNICO SCATTO: ONE SHOT ONE KILL! Quanti fotografi al mondo nell'intera storia della fotografia possono vantare una performance simile?! A me non vien in mente nessuno, tranne lei! Eppure, se cerchiamo le immagini della Maier che circolano in rete, di quelle dove la luce la fa da padrone ne troviamo pochissime. Nel volume che vi ho indicato va un po' meglio, perché sono più o meno una su cinque o sei, ma in altri volumi di altri editori è assai peggio, ve ne sono molte di meno. Anche di questi "scatti alla luce" della Maier ne metto alcuni esempi alla fine.

Ecco, in questi due volumi andate a cercare le foto nelle quali la luce non sia banale e secondo me, nell'arco di tre o quattro "giri" di tutte le immagini, imparerete a riconoscerla. Non voglio però creare false illusioni: sia ben chiaro che un conto è riconoscere la luce nelle foto già finite, ma riconoscerla nella realtà davanti ai nostri occhi è tutto un altro paio di maniche. Tuttavia, il primo è un passaggio obbligato per giungere al secondo, ed è comunque indispensabile anche per potersi realmente capire parlando dell'argomento.











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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #30 il: Venerdì, 27 Gennaio 2017, 21:49:06 »
Molto bene, ti ringrazio della dritta, le foto della Maier mi hanno sempre appassionato, ho mancato la mostra di alcuni dei suoi scatti per un soffio.


Mi ci applicherò.
Grazie
L.


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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #31 il: Sabato, 28 Gennaio 2017, 00:25:09 »
Antonello grazie come al solito .... Secondo me un libro sulla luce e sulla fotografia puoi benissimo scriverlo ....Io prenoto già un copia
CRISigma :si:

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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #32 il: Sabato, 28 Gennaio 2017, 15:59:51 »
La mia visione della fotografia intesa nel senso più ampio, ossia "delle cose fotografiche" è molto semplice e - per quel che vale - l'ho esposta tante volte, cercando ogni volta di presentarla in modo differente. Questa è l'ennesima occasione per farlo ancora, non fa mai male, però a differenza del mio solito, non farò un lungo monologo sull'argomento ma mi limiterò ad una sintesi estrema, al fine di seminare uno spunto di riflessione, non generica ma circoscritta a quanto contenuto in tale sintesi.

La fotografia può essere praticata (e di norma lo è) per riprendere luoghi, persone e cose, ma ciò può essere fatto (e di norma lo è) con intenti assai differenti, intenti che a mio (e non solo) parere sono sostanzialmente sempre e soltanto tre:

1) dando priorità alla documentazione (ossia riprodurli per come "riteniamo" che siano realmente);

2) con priorità all'interpretazione soggettiva (ossia rappresentarli per come li "immaginiamo" invece che per come "pensiamo" che siano);

3) dando priorità alla luce (ossia cercando la luce per fotografare sostanzialmente questa per pura espressione estetica, infischiandosene di tutto il resto che rimane mero accadimento accidentale, ma che acquista valore emotivo e narrativo grazie all'interazione con la luce).

Ovviamente queste definizioni sono talmente sintetiche che difficilmente possono apparire chiare ad una prima lettura. Ma può certamente essere un buon punto di partenza per riflessioni che portino - questa è la mia speranza - a comprendere quale sia realmente la nostra personale priorità quando decidiamo di uscire portandoci appresso una fotocamera. Perché non c'è strada più sicura per la delusione fotografica più profonda e cocente di quella che percorre chi non ha ben chiaro in mente quale sia la propria priorità interiore che lo spinge a premere il pulsante di scatto.

Certamente si può anche fare un mix delle suddette tre priorità, non è facile ma si può fare, ma soltanto dopo averle comprese ed assimilate separatamente. Cercare di farlo prima produce soltanto immagini che non saranno mai né carne né pesce.

Ciò che più facilmente sfugge è che tale consapevolezza è fondamentale per comprendere la fotografia altrui: come potremo mai sperare di capire una immagine se non abbiamo idea non solo di quale sia la nostra priorità, ma neanche che tale priorità esiste anche nelle foto degli altri fotografi e che essa è sempre legittima quanto la nostra anche se diversa?

Ma sfugge anche che tale consapevolezza è altrettanto fondamentale per comprendere anche la propria di fotografia: come potremo mai ottenere immagini soddisfacenti non casuali, se non conosciamo chiaramente quale sia la molla che prioritariamente ci spinge a fotografare? quante volte ci capita di produrre finalmente un'immagine che ci piace davvero ma di non riuscire a farne altre altrettanto soddisfacenti? la cosa ci meraviglia? ci fa rabbia? non riusciamo a capire perché? Beh, la risposta è molto semplice: perché non abbiamo consapevolezza di cosa realmente ci soddisfi in quell'immagine, tutto qui; è stato cioè un risultato casuale, certamente desiderato, anzi proprio voluto, ma non cercato, perché non sappiamo neanche "cosa" cercare, figuriamo "come" e "dove"....  ;)

Bene, io ho piantato il seme, ora vediamo se produrrà frutto: la parola a voi tutti, ripeto TUTTI!!!  :))


Rispondo senza aver letto i commenti precedenti per non farmi influenzare dalle risposte altrui.
Il tuo spunto è chiaro quanto la mia risposta non lo è. Giusto infatti che ognuno cerchi dentro la sua passione per la fotografia qual'è la " molla " che fa premere il pulsante ma da quando ho cominciato a fotografare non ho ancora metabolizzato bene il mio approccio. Nei tre punti sopra mi posso riconoscere a momenti, mi viene difficile darmi un confine netto, ma è anche giusto che sia così visto che sono (e sarò sempre mi auguro) in una fase di scoperta e crescita. Al momento direi che la mia fotografia è soprattutto documentaria con le foto che fanno da contorno ad un racconto che è necessariamente da scrivere. Certo aspiro talvolta a riuscire anche negli altri due punti ma al momento mi riescono più difficili probabilmente per mie mancanze e troppe imposizioni autoimposte. La cosa più difficile infatti è scrollarsi di dosso tendenze e gusti altrui in  cui crediamo di riconoscerci ma che invece ci legano. Ne sono consapevole e infatti al momento mi accontento di produrre discrete immagini che accontentino abbastanza e siano propedeutiche per il racconto e/o storia che ho in mente di raccontare.

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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #33 il: Lunedì, 30 Gennaio 2017, 09:24:03 »
La cosa più difficile infatti è scrollarsi di dosso tendenze e gusti altrui in  cui crediamo di riconoscerci ma che invece ci legano. Ne sono consapevole e infatti al momento mi accontento di produrre discrete immagini che accontentino abbastanza e siano propedeutiche per il racconto e/o storia che ho in mente di raccontare.

Hai ragione Pozz82 infatti, secondo me, ci vuole onestà con se stessi e coraggio nell'approccio alla fotografia. I condizionamenti esterni possono farci deviare da quello che è il vero intento della "nostra" personale fotografia.


Quanto al discorso della luce ci sto ragionando su ed ho fatto l'esercizio di riguardare foto che amo particolarmente di grandi fotografi e ho riguardato migliaia di mie foto nell'archivio per capire quanto è stato prioritario il ruolo della luce rispetto al soggetto in foto che ritengo più riuscite di altre. Trovo l'argomento molto stimolante e ci ho ragionato su anche in questi due giorni in cui ero in giro e libera di fotografare. Ovvio che la luce sia fondamentale (io faccio anche foto di studio quindi sono abbastanza abituata a ragionare sulla luce) ma quello che cambia il processo mentale è che il soggetto possa essere "semplicemente" a servizio della luce.
In una fotografia "perfetta" per me la luce dovrebbe avere la stessa importanza del soggetto e, in più, dovrebbe essere scattata con "cuore".



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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #34 il: Lunedì, 30 Gennaio 2017, 15:29:47 »
... ma quello che cambia il processo mentale è che il soggetto possa essere "semplicemente" a servizio della luce.
Esatto!
Per la maggior parte dei fotografi l'idea che la luce venga necessariamente "dopo" il soggetto è un vero e proprio abito mentale che ben difficilmente riescono a togliersi ed è proprio questa la vera (forse anche l'unica) ragione della difficoltà di tale approccio.

In una fotografia "perfetta" per me la luce dovrebbe avere la stessa importanza del soggetto ...
hmmmm.... Se parliamo di soggetti statici è un conto, ma se si tratta di soggetti umani o comunque dinamici è tutto un altro paio di maniche.

Quando ti imbatti in un soggetto umano valido puoi aspettare la luce giusta, ma è assai improbabile che quando finalmente arriva tale soggetto sia ancora valido (o neanche che sia ancora lì). Oppure, quando ti imbatti nella luce giusta puoi aspettare che un soggetto arrivi nella scena, questo è ragionevolmente più probabile. Se non si è disposti ad aspettare, allora l'unica alternativa e quella di "mettere" artificialmente nella scena quello che manca invece di aspettarlo, che sia la luce o il soggetto. Sia ben chiaro che non vi è nulla di male nel fare questo, perché è esattamente quello che fa ogni pittore che "costruisce" da zero e senza alcuna limitazione la scena che intende dipingere.

L'unica strada sbagliata è quella di stare lì ad aspettare di imbattersi "contemporaneamente" in soggetto e luce, per il semplice fatto che accade talmente raramente che si fa prima ad imparare a dipingere!  :))

L'apparente eccezione che eccezione invece non è!
L'unica situazione nella quale abbia senso aspettare sistematicamente la luce è il paesaggio, ma anche in questo caso non è la soluzione migliore né la più conveniente. Prendiamo ad esempio Ansel Adams: egli non fotografava genericamente paesaggi, ma li sceglieva proprio in base al fatto che il luogo presentasse d'abitudine una luce tutt'altro che banale. Dopo di che, di quella luce aspettava ANCHE il momento migliore e la fotografava in modo da darle il massimo risalto (ed ha addirittura messo a punto un intero procedimento di trattamento finalizzato proprio a questo). Ma se ci fate caso, vi accorgete che i paesaggisti più famosi tornano abitualmente proprio in quei luoghi dove hanno scoperto che la luce si presenta spesso in modi non banali: questo atteggiamento dimostra chiaramente che essi - che se rendano conto o meno - danno priorità alla luce rispetto al soggetto ripreso, esattamente come Ansel Adams.
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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #35 il: Martedì, 31 Gennaio 2017, 00:27:41 »
... e, in più, dovrebbe essere scattata con "cuore".
Quanto al "cuore", è mia opinione che quello lo mettiamo sempre in ogni scatto che facciamo, che ce ne rendiamo conto o meno! Nel senso che se ne abbiamo lo mettiamo comunque, senza accorgercene e senza specifica intenzione, ma... ovviamente, per quanto ci si sforzi, non si può mettere quel che non si ha, né più di quanto se ne abbia!   ::)
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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #36 il: Martedì, 31 Gennaio 2017, 09:05:00 »
Esatto!
Per la maggior parte dei fotografi l'idea che la luce venga necessariamente "dopo" il soggetto è un vero e proprio abito mentale che ben difficilmente riescono a togliersi ed è proprio questa la vera (forse anche l'unica) ragione della difficoltà di tale approccio.



E' quello il click che si è acceso e sul quale sto ragionando.

Per quanto riguarda il "cuore" sono d'accordo con te che la sensibilità se c'è, c'è sempre ma non intendevo quello, non mi sono espressa bene. Con "cuore" intendo il sentimento di coinvolgimento e vera, autentica partecipazione emotiva nella scena. E' più visibile forse con la presenza umana ma c'è anche nelle fotografie senza persone. Prendiamo per esempio le foto di Paul della montagna (scusa Paul se ti cito ma avendone appena vista una tua..) in cui si vede la meraviglia e lo stupore di trovarsi di fronte ad una determinata scena. A me passa l'emozione ed il suo amore per la montagna. Oppure prendiamo un fotografo famoso, citato ieri da Steno, Ghirri. In quegli scatti  sento tutta la sua malinconia, la sua partecipazione attiva alla solitudine dell'ambiente che ritrae. E' presente non solo con la sua sensibilità ma con un sentimento vivo che, probabilmente, pur essendo la stessa persona in ogni situazione ed ambiente, non è presente in tutte le foto ma solo in quelle in cui la situazione ha mosso una delle corde che lo hanno fatto brillare in modo particolare in quell'istante dello scatto.
Quindi luce, soggetto, "cuore". Un terzetto raro ma rare infatti sono anche le foto che rimangono... Quante fotografie da ritratto, per esempio, hanno una luce che mozza il fiato e magari anche il soggetto merita ma...sembrano comunque poco vive? A me capita spesso di vederne. Non è "solamente" perchè manca proprio quell'elemento di stupore infantile, di partecipazione emotiva con la scena ed il soggetto?
Scusate il ragionamento ad alta voce... Mi sa che il post è diventato un OT dell'OT dell'OT  :)) :con:
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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #37 il: Martedì, 31 Gennaio 2017, 15:29:33 »
... Mi sa che il post è diventato un OT dell'OT dell'OT  :)) :con:
No, per niente, anzi ci stiamo distaccando dalle mere considerazioni di principio per applicarle alla realtà delle cose, per ora va benissimo! :si:

Per quanto riguarda il "cuore" ... intendo il sentimento di coinvolgimento e vera, autentica partecipazione emotiva nella scena.
Ecco, questa dell'osservatore che percepisce e condivide il pathos (chiamiamolo così per intenderci) provato dall'autore è una teoria molto diffusa e solidamente radicata nel mondo della fotografia e dell'immagine in generale. Ma vi è anche un'altra corrente di pensiero, che adesso vediamo brevemente.

Vi è infatti chi ritiene che tale "condivisione del pathos" sia solo un'illusione, che non sia cioè reale, ma il frutto dell'immaginazione dell'osservatore. E chi sostiene tale tesi lo fa su solide basi, in quanto porta a conforto due fatti sperimentabili:

A) se prendiamo delle immagini nelle quali tale pathos appaia evidente, e le sottoponiamo a numerosi osservatori che non le hanno mai viste prima e delle quali non conoscono nulla, e riportiamo le sensazioni che essi descrivono, constatiamo che in genere vi è ben poca convergenza fra le stesse ed anzi spesso sono anche in antitesi tra loro;

B) il più delle volte constatiamo anche che neppure l'autore stesso si riconosce nei risultati del test precedente, soprattutto quando le sensazioni dell'autore sono state espresse e trascritte prima.

Chiariamo bene: non si nega affatto la presenza del suddetto pathos che provochi reazioni emotive nell'osservatore, ma si nega soltanto if fatto che tali reazioni siano in stretta sintonia con quelle dell'autore al momento dello scatto.

In pratica, questa tesi può essere riassunta come segue: ci sono indubbiamente immagini che provocano sensazioni di reazione nell'osservatore, ma tali sensazioni, quando si presentano, non sono di norma in sintonia con quelle dell'autore al momento della ripresa.

La mia personale posizione al riguardo è semplice, è vecchia quanto il mondo e vale per ogni immagine, sia essa una fotografia, un dipinto o una scultura: così come l'autore nel realizzarla dà corpo alla sua personale sensibilità ed alle sue personali sensazioni, allo stesso modo l'osservatore nell'atto stesso di osservarla dà corpo alle propria personale sensibilità ed alle proprie personali sensazioni. Pertanto, che le reazioni dell'osservatore possano coincidere o meno con quelle dell'autore è un mero accadimento accidentale, che talvolta anche succede ma il più delle volte no. (*)

In parole povere, questo è anche un altro modo per definire cosa si intenda per "buona" immagine in fotografia: quella che offre all'osservatore di fronte ad essa lo spunto per far venir fuori la propria sensibilità! Per questo le "buone" immagini tendono a sopravvivere nel tempo, assai più di quelle semplicemente "belle" le quali offrono soltanto un certo compiacimento puramente estetico e superficiale, esaurito il quale non trattengono oltre l'interesse né l'attenzione.

Tutto IMO, certamente!


(*)
Per cercare di spiegare cosa intendo, aggiungo che mi viene davvero difficile pensare che quel che ho provato nel trovarmi di fronte alla Pietà di Michelangelo (unico caso della mia vita in cui ho vissuto la sindrome di Stendhal) possa avere nulla in comune con quanto possa aver provato e sentito l'artista nel realizzarla o anche nell'osservarla una volta finita. Per quanto la mia reazione sia stata di una intensità per me inaudita (e mai più provata) essa è certamente soltanto mia e differente anche da tutti coloro che abbiano eventualmente vissuto la stessa sindrome davanti alla stessa opera.
Congelare in una foto l'istante effimero ci permette di estrarlo dall'eternità, non tanto, o non soltanto, per documentarlo, quanto soprattutto per poterlo "ammirare" (anonimo sardo)

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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #38 il: Mercoledì, 01 Febbraio 2017, 13:14:29 »
Faccio fatica ad interpretare appieno le tue parole ma ho problemi io a memorizzare un argomento quando è più lungo di due righe (problema biologico).
Io scatto quando qualcosa mi cattura a livello estetico o emotivo, sia essa, l'emozione, positiva o negativa. Questo perché sono una persona molto interessata all'estetica delle cose (che è soggettiva, chiaramente) e, benché di carattere molto difficile, comunque mentalmente molto sensibile ad ogni situazione.
Poi si scatta anche quando qualcosa ti attira per piacere come ad esempio plane-spotting (per amore dell'aviazione civile) oppure modelli aeronautici, plastici ferroviari e relativi componenti (sempre per passione del settore). Ma in ogni caso ci sono sempre la componente estetica ed emotizionale di fondo.
Infine, non so se sia pertinente col tuo post, non fotografando per lavoro ma per diletto, le foto non devono necessariamente piacere agli altri. Se, talvolta, le pubblico, è solo per avere un riscontro dalla comunità sulla composizione in generale per migliore l'abilità in materia.
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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #39 il: Mercoledì, 01 Febbraio 2017, 18:40:02 »
l'emozione, il cuore, il patos, sono soggettivi non oggettivi  :gh:   O:-) IMO
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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #40 il: Mercoledì, 01 Febbraio 2017, 19:36:05 »
l'emozione, il cuore, il patos, sono soggettivi non oggettivi  :gh:   O:-) IMO
Di oggettivo non esiste nulla. Se qualcosa viene definito "oggettivo" esso non è altro che il frutto di una convenzione accettata dalle parti. Ad es: una sedia è generalmente una sedia per tutti. Ma se vogliamo, io e te possiamo dirci che una sedia è un lampadario ed accettarlo entrambi. Quindi anche in ambito fotografico mi pare ovvio che nulla sia oggettivo se non frutto di convenzione fra le parti. Da cui, dal mio discorso, ribadisco, ognuno fa le foto come gli piacciono e gli paiono salvo che non sia vincolato da parametri dovutoi al fatto che fotografa per vendere. E allora qui deve sottostare a determianti vincoli che sono stabiliti dai tempi, le mode, la tecnologia ecc ecc ma in definitiva sempre dalle condizioni della domanda in quel momento e molto spesso anche dai "film" mentali del cliente (quante volte vorresti fare un lavoro che ritieni ottimale ma per vincoli imposti dal cliente devi dargli - scusate il francesismo - una gran cagata. Opinabile anche questo, ovviamente, NDR)
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