Autore Topic: La priorità dell'intento fotografico  (Letto 698 volte)

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Offline Lorenzo F.

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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #30 il: Venerdì, 27 Gennaio 2017, 21:49:06 »
Molto bene, ti ringrazio della dritta, le foto della Maier mi hanno sempre appassionato, ho mancato la mostra di alcuni dei suoi scatti per un soffio.


Mi ci applicherò.
Grazie
L.


Chiedo anticipatamente perdono per le castronate che talvolta scriverò su questo forium, il saccente dice ciò che sa, il saggio sa ciò che dice.....io non sono certo un saggio :P

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...e nel mio passato, Nikon D90 - Kodak Instamatic 255X (è stata la 1°macchina, andava citata :P) - Polaroid 636

Offline conla

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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #31 il: Sabato, 28 Gennaio 2017, 00:25:09 »
Antonello grazie come al solito .... Secondo me un libro sulla luce e sulla fotografia puoi benissimo scriverlo ....Io prenoto già un copia
CRISigma

Offline Pozz82

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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #32 il: Sabato, 28 Gennaio 2017, 15:59:51 »
La mia visione della fotografia intesa nel senso più ampio, ossia "delle cose fotografiche" è molto semplice e - per quel che vale - l'ho esposta tante volte, cercando ogni volta di presentarla in modo differente. Questa è l'ennesima occasione per farlo ancora, non fa mai male, però a differenza del mio solito, non farò un lungo monologo sull'argomento ma mi limiterò ad una sintesi estrema, al fine di seminare uno spunto di riflessione, non generica ma circoscritta a quanto contenuto in tale sintesi.

La fotografia può essere praticata (e di norma lo è) per riprendere luoghi, persone e cose, ma ciò può essere fatto (e di norma lo è) con intenti assai differenti, intenti che a mio (e non solo) parere sono sostanzialmente sempre e soltanto tre:

1) dando priorità alla documentazione (ossia riprodurli per come "riteniamo" che siano realmente);

2) con priorità all'interpretazione soggettiva (ossia rappresentarli per come li "immaginiamo" invece che per come "pensiamo" che siano);

3) dando priorità alla luce (ossia cercando la luce per fotografare sostanzialmente questa per pura espressione estetica, infischiandosene di tutto il resto che rimane mero accadimento accidentale, ma che acquista valore emotivo e narrativo grazie all'interazione con la luce).

Ovviamente queste definizioni sono talmente sintetiche che difficilmente possono apparire chiare ad una prima lettura. Ma può certamente essere un buon punto di partenza per riflessioni che portino - questa è la mia speranza - a comprendere quale sia realmente la nostra personale priorità quando decidiamo di uscire portandoci appresso una fotocamera. Perché non c'è strada più sicura per la delusione fotografica più profonda e cocente di quella che percorre chi non ha ben chiaro in mente quale sia la propria priorità interiore che lo spinge a premere il pulsante di scatto.

Certamente si può anche fare un mix delle suddette tre priorità, non è facile ma si può fare, ma soltanto dopo averle comprese ed assimilate separatamente. Cercare di farlo prima produce soltanto immagini che non saranno mai né carne né pesce.

Ciò che più facilmente sfugge è che tale consapevolezza è fondamentale per comprendere la fotografia altrui: come potremo mai sperare di capire una immagine se non abbiamo idea non solo di quale sia la nostra priorità, ma neanche che tale priorità esiste anche nelle foto degli altri fotografi e che essa è sempre legittima quanto la nostra anche se diversa?

Ma sfugge anche che tale consapevolezza è altrettanto fondamentale per comprendere anche la propria di fotografia: come potremo mai ottenere immagini soddisfacenti non casuali, se non conosciamo chiaramente quale sia la molla che prioritariamente ci spinge a fotografare? quante volte ci capita di produrre finalmente un'immagine che ci piace davvero ma di non riuscire a farne altre altrettanto soddisfacenti? la cosa ci meraviglia? ci fa rabbia? non riusciamo a capire perché? Beh, la risposta è molto semplice: perché non abbiamo consapevolezza di cosa realmente ci soddisfi in quell'immagine, tutto qui; è stato cioè un risultato casuale, certamente desiderato, anzi proprio voluto, ma non cercato, perché non sappiamo neanche "cosa" cercare, figuriamo "come" e "dove"....  ;)

Bene, io ho piantato il seme, ora vediamo se produrrà frutto: la parola a voi tutti, ripeto TUTTI!!!  :))


Rispondo senza aver letto i commenti precedenti per non farmi influenzare dalle risposte altrui.
Il tuo spunto è chiaro quanto la mia risposta non lo è. Giusto infatti che ognuno cerchi dentro la sua passione per la fotografia qual'è la " molla " che fa premere il pulsante ma da quando ho cominciato a fotografare non ho ancora metabolizzato bene il mio approccio. Nei tre punti sopra mi posso riconoscere a momenti, mi viene difficile darmi un confine netto, ma è anche giusto che sia così visto che sono (e sarò sempre mi auguro) in una fase di scoperta e crescita. Al momento direi che la mia fotografia è soprattutto documentaria con le foto che fanno da contorno ad un racconto che è necessariamente da scrivere. Certo aspiro talvolta a riuscire anche negli altri due punti ma al momento mi riescono più difficili probabilmente per mie mancanze e troppe imposizioni autoimposte. La cosa più difficile infatti è scrollarsi di dosso tendenze e gusti altrui in  cui crediamo di riconoscerci ma che invece ci legano. Ne sono consapevole e infatti al momento mi accontento di produrre discrete immagini che accontentino abbastanza e siano propedeutiche per il racconto e/o storia che ho in mente di raccontare.

Offline Silvia V

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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #33 il: Lunedì, 30 Gennaio 2017, 09:24:03 »
La cosa più difficile infatti è scrollarsi di dosso tendenze e gusti altrui in  cui crediamo di riconoscerci ma che invece ci legano. Ne sono consapevole e infatti al momento mi accontento di produrre discrete immagini che accontentino abbastanza e siano propedeutiche per il racconto e/o storia che ho in mente di raccontare.

Hai ragione Pozz82 infatti, secondo me, ci vuole onestà con se stessi e coraggio nell'approccio alla fotografia. I condizionamenti esterni possono farci deviare da quello che è il vero intento della "nostra" personale fotografia.


Quanto al discorso della luce ci sto ragionando su ed ho fatto l'esercizio di riguardare foto che amo particolarmente di grandi fotografi e ho riguardato migliaia di mie foto nell'archivio per capire quanto è stato prioritario il ruolo della luce rispetto al soggetto in foto che ritengo più riuscite di altre. Trovo l'argomento molto stimolante e ci ho ragionato su anche in questi due giorni in cui ero in giro e libera di fotografare. Ovvio che la luce sia fondamentale (io faccio anche foto di studio quindi sono abbastanza abituata a ragionare sulla luce) ma quello che cambia il processo mentale è che il soggetto possa essere "semplicemente" a servizio della luce.
In una fotografia "perfetta" per me la luce dovrebbe avere la stessa importanza del soggetto e, in più, dovrebbe essere scattata con "cuore".



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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #34 il: Lunedì, 30 Gennaio 2017, 15:29:47 »
... ma quello che cambia il processo mentale è che il soggetto possa essere "semplicemente" a servizio della luce.
Esatto!
Per la maggior parte dei fotografi l'idea che la luce venga necessariamente "dopo" il soggetto è un vero e proprio abito mentale che ben difficilmente riescono a togliersi ed è proprio questa la vera (forse anche l'unica) ragione della difficoltà di tale approccio.

In una fotografia "perfetta" per me la luce dovrebbe avere la stessa importanza del soggetto ...
hmmmm.... Se parliamo di soggetti statici è un conto, ma se si tratta di soggetti umani o comunque dinamici è tutto un altro paio di maniche.

Quando ti imbatti in un soggetto umano valido puoi aspettare la luce giusta, ma è assai improbabile che quando finalmente arriva tale soggetto sia ancora valido (o neanche che sia ancora lì). Oppure, quando ti imbatti nella luce giusta puoi aspettare che un soggetto arrivi nella scena, questo è ragionevolmente più probabile. Se non si è disposti ad aspettare, allora l'unica alternativa e quella di "mettere" artificialmente nella scena quello che manca invece di aspettarlo, che sia la luce o il soggetto. Sia ben chiaro che non vi è nulla di male nel fare questo, perché è esattamente quello che fa ogni pittore che "costruisce" da zero e senza alcuna limitazione la scena che intende dipingere.

L'unica strada sbagliata è quella di stare lì ad aspettare di imbattersi "contemporaneamente" in soggetto e luce, per il semplice fatto che accade talmente raramente che si fa prima ad imparare a dipingere!  :))

L'apparente eccezione che eccezione invece non è!
L'unica situazione nella quale abbia senso aspettare sistematicamente la luce è il paesaggio, ma anche in questo caso non è la soluzione migliore né la più conveniente. Prendiamo ad esempio Ansel Adams: egli non fotografava genericamente paesaggi, ma li sceglieva proprio in base al fatto che il luogo presentasse d'abitudine una luce tutt'altro che banale. Dopo di che, di quella luce aspettava ANCHE il momento migliore e la fotografava in modo da darle il massimo risalto (ed ha addirittura messo a punto un intero procedimento di trattamento finalizzato proprio a questo). Ma se ci fate caso, vi accorgete che i paesaggisti più famosi tornano abitualmente proprio in quei luoghi dove hanno scoperto che la luce si presenta spesso in modi non banali: questo atteggiamento dimostra chiaramente che essi - che se rendano conto o meno - danno priorità alla luce rispetto al soggetto ripreso, esattamente come Ansel Adams.
Congelare in una foto l'istante effimero ci permette di estrarlo dall'eternità, non tanto, o non soltanto, per documentarlo, quanto soprattutto per poterlo "ammirare" (anonimo sardo)

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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #35 il: Martedì, 31 Gennaio 2017, 00:27:41 »
... e, in più, dovrebbe essere scattata con "cuore".
Quanto al "cuore", è mia opinione che quello lo mettiamo sempre in ogni scatto che facciamo, che ce ne rendiamo conto o meno! Nel senso che se ne abbiamo lo mettiamo comunque, senza accorgercene e senza specifica intenzione, ma... ovviamente, per quanto ci si sforzi, non si può mettere quel che non si ha, né più di quanto se ne abbia!   ::)
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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #36 il: Martedì, 31 Gennaio 2017, 09:05:00 »
Esatto!
Per la maggior parte dei fotografi l'idea che la luce venga necessariamente "dopo" il soggetto è un vero e proprio abito mentale che ben difficilmente riescono a togliersi ed è proprio questa la vera (forse anche l'unica) ragione della difficoltà di tale approccio.



E' quello il click che si è acceso e sul quale sto ragionando.

Per quanto riguarda il "cuore" sono d'accordo con te che la sensibilità se c'è, c'è sempre ma non intendevo quello, non mi sono espressa bene. Con "cuore" intendo il sentimento di coinvolgimento e vera, autentica partecipazione emotiva nella scena. E' più visibile forse con la presenza umana ma c'è anche nelle fotografie senza persone. Prendiamo per esempio le foto di Paul della montagna (scusa Paul se ti cito ma avendone appena vista una tua..) in cui si vede la meraviglia e lo stupore di trovarsi di fronte ad una determinata scena. A me passa l'emozione ed il suo amore per la montagna. Oppure prendiamo un fotografo famoso, citato ieri da Steno, Ghirri. In quegli scatti  sento tutta la sua malinconia, la sua partecipazione attiva alla solitudine dell'ambiente che ritrae. E' presente non solo con la sua sensibilità ma con un sentimento vivo che, probabilmente, pur essendo la stessa persona in ogni situazione ed ambiente, non è presente in tutte le foto ma solo in quelle in cui la situazione ha mosso una delle corde che lo hanno fatto brillare in modo particolare in quell'istante dello scatto.
Quindi luce, soggetto, "cuore". Un terzetto raro ma rare infatti sono anche le foto che rimangono... Quante fotografie da ritratto, per esempio, hanno una luce che mozza il fiato e magari anche il soggetto merita ma...sembrano comunque poco vive? A me capita spesso di vederne. Non è "solamente" perchè manca proprio quell'elemento di stupore infantile, di partecipazione emotiva con la scena ed il soggetto?
Scusate il ragionamento ad alta voce... Mi sa che il post è diventato un OT dell'OT dell'OT  :)) :con:
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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #37 il: Martedì, 31 Gennaio 2017, 15:29:33 »
... Mi sa che il post è diventato un OT dell'OT dell'OT  :)) :con:
No, per niente, anzi ci stiamo distaccando dalle mere considerazioni di principio per applicarle alla realtà delle cose, per ora va benissimo! :si:

Per quanto riguarda il "cuore" ... intendo il sentimento di coinvolgimento e vera, autentica partecipazione emotiva nella scena.
Ecco, questa dell'osservatore che percepisce e condivide il pathos (chiamiamolo così per intenderci) provato dall'autore è una teoria molto diffusa e solidamente radicata nel mondo della fotografia e dell'immagine in generale. Ma vi è anche un'altra corrente di pensiero, che adesso vediamo brevemente.

Vi è infatti chi ritiene che tale "condivisione del pathos" sia solo un'illusione, che non sia cioè reale, ma il frutto dell'immaginazione dell'osservatore. E chi sostiene tale tesi lo fa su solide basi, in quanto porta a conforto due fatti sperimentabili:

A) se prendiamo delle immagini nelle quali tale pathos appaia evidente, e le sottoponiamo a numerosi osservatori che non le hanno mai viste prima e delle quali non conoscono nulla, e riportiamo le sensazioni che essi descrivono, constatiamo che in genere vi è ben poca convergenza fra le stesse ed anzi spesso sono anche in antitesi tra loro;

B) il più delle volte constatiamo anche che neppure l'autore stesso si riconosce nei risultati del test precedente, soprattutto quando le sensazioni dell'autore sono state espresse e trascritte prima.

Chiariamo bene: non si nega affatto la presenza del suddetto pathos che provochi reazioni emotive nell'osservatore, ma si nega soltanto if fatto che tali reazioni siano in stretta sintonia con quelle dell'autore al momento dello scatto.

In pratica, questa tesi può essere riassunta come segue: ci sono indubbiamente immagini che provocano sensazioni di reazione nell'osservatore, ma tali sensazioni, quando si presentano, non sono di norma in sintonia con quelle dell'autore al momento della ripresa.

La mia personale posizione al riguardo è semplice, è vecchia quanto il mondo e vale per ogni immagine, sia essa una fotografia, un dipinto o una scultura: così come l'autore nel realizzarla dà corpo alla sua personale sensibilità ed alle sue personali sensazioni, allo stesso modo l'osservatore nell'atto stesso di osservarla dà corpo alle propria personale sensibilità ed alle proprie personali sensazioni. Pertanto, che le reazioni dell'osservatore possano coincidere o meno con quelle dell'autore è un mero accadimento accidentale, che talvolta anche succede ma il più delle volte no. (*)

In parole povere, questo è anche un altro modo per definire cosa si intenda per "buona" immagine in fotografia: quella che offre all'osservatore di fronte ad essa lo spunto per far venir fuori la propria sensibilità! Per questo le "buone" immagini tendono a sopravvivere nel tempo, assai più di quelle semplicemente "belle" le quali offrono soltanto un certo compiacimento puramente estetico e superficiale, esaurito il quale non trattengono oltre l'interesse né l'attenzione.

Tutto IMO, certamente!


(*)
Per cercare di spiegare cosa intendo, aggiungo che mi viene davvero difficile pensare che quel che ho provato nel trovarmi di fronte alla Pietà di Michelangelo (unico caso della mia vita in cui ho vissuto la sindrome di Stendhal) possa avere nulla in comune con quanto possa aver provato e sentito l'artista nel realizzarla o anche nell'osservarla una volta finita. Per quanto la mia reazione sia stata di una intensità per me inaudita (e mai più provata) essa è certamente soltanto mia e differente anche da tutti coloro che abbiano eventualmente vissuto la stessa sindrome davanti alla stessa opera.
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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #38 il: Mercoledì, 01 Febbraio 2017, 13:14:29 »
Faccio fatica ad interpretare appieno le tue parole ma ho problemi io a memorizzare un argomento quando è più lungo di due righe (problema biologico).
Io scatto quando qualcosa mi cattura a livello estetico o emotivo, sia essa, l'emozione, positiva o negativa. Questo perché sono una persona molto interessata all'estetica delle cose (che è soggettiva, chiaramente) e, benché di carattere molto difficile, comunque mentalmente molto sensibile ad ogni situazione.
Poi si scatta anche quando qualcosa ti attira per piacere come ad esempio plane-spotting (per amore dell'aviazione civile) oppure modelli aeronautici, plastici ferroviari e relativi componenti (sempre per passione del settore). Ma in ogni caso ci sono sempre la componente estetica ed emotizionale di fondo.
Infine, non so se sia pertinente col tuo post, non fotografando per lavoro ma per diletto, le foto non devono necessariamente piacere agli altri. Se, talvolta, le pubblico, è solo per avere un riscontro dalla comunità sulla composizione in generale per migliore l'abilità in materia.
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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #39 il: Mercoledì, 01 Febbraio 2017, 18:40:02 »
l'emozione, il cuore, il patos, sono soggettivi non oggettivi  :gh:   O:-) IMO
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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #40 il: Mercoledì, 01 Febbraio 2017, 19:36:05 »
l'emozione, il cuore, il patos, sono soggettivi non oggettivi  :gh:   O:-) IMO
Di oggettivo non esiste nulla. Se qualcosa viene definito "oggettivo" esso non è altro che il frutto di una convenzione accettata dalle parti. Ad es: una sedia è generalmente una sedia per tutti. Ma se vogliamo, io e te possiamo dirci che una sedia è un lampadario ed accettarlo entrambi. Quindi anche in ambito fotografico mi pare ovvio che nulla sia oggettivo se non frutto di convenzione fra le parti. Da cui, dal mio discorso, ribadisco, ognuno fa le foto come gli piacciono e gli paiono salvo che non sia vincolato da parametri dovutoi al fatto che fotografa per vendere. E allora qui deve sottostare a determianti vincoli che sono stabiliti dai tempi, le mode, la tecnologia ecc ecc ma in definitiva sempre dalle condizioni della domanda in quel momento e molto spesso anche dai "film" mentali del cliente (quante volte vorresti fare un lavoro che ritieni ottimale ma per vincoli imposti dal cliente devi dargli - scusate il francesismo - una gran cagata. Opinabile anche questo, ovviamente, NDR)
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