Autore Topic: La priorità dell'intento fotografico  (Letto 959 volte)

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Offline Sardosono

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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #15 il: Martedì, 24 Gennaio 2017, 19:04:12 »
Citazione da: conla
tra i punti forse ce ne sarebbe un altro da aggiungere oltre ai 3 ovvero per lavoro?
Nel post precedente ho implicitamente esposto la mia opinione anche su questo, ma voglio anche esplicitarla.

Nel post iniziale ho volutamente escluso la fotografia professionale perché essa è puramente strumentale e di conseguenza l'intento non è mai quello del fotografo ma quello del committente. Soltanto una minima parte di fotografi (mi cito da solo)
Citazione
quando sono ormai talmente affermati da poter dettar legge alla propria clientela
possono permettersi di subordinare l'intento del cliente al proprio; ma in tal caso allora rientrano comunque in uno dei tre casi che abbiamo elencato. Ma un normale professionista, non solo non può permettersi il lusso di presentare "buone" foto (lo prenderebbero per un incompetente), ma neanche può permettersi di presentare immagini genericamente "belle": deve sempre presentare immagini che siano valutate "belle" dal committente, il resto non conta, anche se per lui fossero delle solenni e maestose schifezze!  :ohi:
Congelare in una foto l'istante effimero ci permette di estrarlo dall'eternità, non tanto, o non soltanto, per documentarlo, quanto soprattutto per poterlo "ammirare" (anonimo sardo)

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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #16 il: Mercoledì, 25 Gennaio 2017, 08:49:15 »
Citazione da: conla
tra i punti forse ce ne sarebbe un altro da aggiungere oltre ai 3 ovvero per lavoro?
Nel post precedente ho implicitamente esposto la mia opinione anche su questo, ma voglio anche esplicitarla.

Nel post iniziale ho volutamente escluso la fotografia professionale perché essa è puramente strumentale e di conseguenza l'intento non è mai quello del fotografo ma quello del committente. Soltanto una minima parte di fotografi (mi cito da solo)
Citazione
quando sono ormai talmente affermati da poter dettar legge alla propria clientela
possono permettersi di subordinare l'intento del cliente al proprio; ma in tal caso allora rientrano comunque in uno dei tre casi che abbiamo elencato. Ma un normale professionista, non solo non può permettersi il lusso di presentare "buone" foto (lo prenderebbero per un incompetente), ma neanche può permettersi di presentare immagini genericamente "belle": deve sempre presentare immagini che siano valutate "belle" dal committente, il resto non conta, anche se per lui fossero delle solenni e maestose schifezze!  :ohi:

ok ... pero' tra bella e buona fotografia riferita ai professionisti intendi buona (la fototessera) bella (ritratto in famiglia) ?
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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #17 il: Mercoledì, 25 Gennaio 2017, 12:08:27 »
L'argomento richiede una vita di metabolizzazione e di costante evoluzione del proprio pensiero in merito.
Per diversi mesi ho smesso di fotografare poprio perchè mi sono "incastrata" in un dibattito con me stessa circa quello che realmente volevo quando prendevo in mano una macchina fotografica. Da questo dibattito non ne sono ancora uscita: è come se intuissi qualcosa che però non riesco a cogliere...

Vorrei aggiungere che, a mio avviso, se l'intento è il punto 2, ovvero "se l'intento è l'espressione della mia interpretazione", allora è necessario un passo ulteriore che richiede consapevolezza, coraggio di espremersi, coraggio di mettersi a nudo, maturità (nel senso di avere maturato dentro di se la consapevolezza di quello che si è e che si vuole esprimere).

Aggiungerei anche che il punto 3 è quello che (foveon a parte, forse  :P) è forse più semplice da ottenere ma che, se non associato ad altri tipi di espressione, rende tutto un po piatto, qualcosa che (come dicevate più avanti) viene dimenticato molto facilmente.

Siamo bombardati da immagini spesso belle, bellissime ma non ci rimane più nei ricordi nulla. Tanto che anche nel marketing e nei social le immagini "non funzionano più", proprio perchè c'è un'overdose di immagini belle. Si è passati ai video. Ma poi ci si accorgerà che, una volta che saremo bombardati da miliardi di video ben fatti, anche di quelli non ci rimarrà più in testa nulla.

Quello che faccio come allenamento personale è cercare di capire quali immagini, tra quelle che vedo, mi rimangono in mente. Di quelle, quando ho il tempo per farlo, mi chiedo il perchè.

Altro aspetto trattato è la "costruzione dell'immagine", processo che comunque viene molto molto dopo l'intento.
In tutti i casi credo che sia un altro processo molto molto difficile (o, almeno, per me lo è) e che richieda grande pazienza e molto allenamento.
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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #18 il: Mercoledì, 25 Gennaio 2017, 12:15:59 »
Posso ancora aggiungere che, a mio avviso, frequentare mostre (non necessariamente solo fotografiche ma anche di altre espressioni artistiche) può aiutare a iniziare o proseguire un percorso per ragionare sull'intento fotografico?

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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #19 il: Mercoledì, 25 Gennaio 2017, 15:31:38 »
Aggiungerei anche che il punto 3 è quello che (foveon a parte, forse  :P) è forse più semplice da ottenere ma che, se non associato ad altri tipi di espressione, rende tutto un po piatto, qualcosa che (come dicevate più avanti) viene dimenticato molto facilmente.

ok ... pero' tra bella e buona fotografia riferita ai professionisti intendi buona (la fototessera) bella (ritratto in famiglia) ?

Sulla base di questi due commenti sono costretto ad ammettere che non sono minimamente riuscito a spiegare il mio pensiero.  :azz:  :(

@Silvia
Il punto tre, ossia espresso sinteticamente "fotografare la luce", è l'intento di gran lunga più difficile da perseguire, ma quando ci si riesce è certamente quello che più di tutti produce immagini che perdurano nel tempo e sopravvivono a mode, maniere e tendenze. Giusto per fare un esempio per capirci: d'antonomasia sono le immagini di Ansel Adams!

@conla
Ho cercato di chiarire che nella fotografia professionale (quella con la quale ci si paga la pagnotta!) la "buona" fotografia non ha modo di esistere, il che è di tutta evidenza perché l'intento che comanda è quello del committente, non quello del fotografo. L'eccezione si ha esclusivamente quando il fotografo è diventato talmente conosciuto e famoso da potersi permettere di infischiarsene di quel che vuole/vorrebbe il cliente per dargli invece quel che garba a lui.
Facciamo un esempio per capirci, un caso reale.

Uno sportivo, nel nostro caso un giocatore di calcio di nome Zlatan Ibrahimovic, va da un bravo fotografo professionista QUALUNQUE (nel senso che non ha fama internazionale) per farsi fare un ritratto. Il cliente ha le idee ben chiare del genere di ritratto che vuole, tanto è vero che porta con se tutta una serie di esempi di ritratti di altri suoi colleghi da mostrare al fotografo, al fine di chiarire bene quel che desidera. Il fotografo, però, non degna neanche di uno sguardo il materiale portato dal cliente, ma lo interrompe subito e gli dice senza mezzi termini che se vuole un ritratto da lui deve accettare quello che egli deciderà e sarà soltanto una unica immagine: prendere o lasciare.
Supponiamo, con uno sforzo di fantasia, che il nostro cliente non se ne vada mettendosi a ridere (o sbattendo la porta) ma che decida di stare al gioco, giusto per vedere cosa ne viene fuori, quindi stabiliscono un prezzo e una giornata intera per le riprese, che vengono eseguite il giorno concordato. Una settimana dopo il cliente torna dal fotografo che gli presenta un'unica immagine, precisamente questa:



Vogliamo davvero pensare che il cliente avrebbe accettato di buon grado di farsi fotografare a quelle condizioni e soprattutto avrebbe gradito questa immagine come unico risultato finale se fosse stato un fotografo QUALUNQUE, invece di chiamarsi Efrem Raimondi ed essere conosciuto in tutto il mondo per i suoi ritratti anche eccentrici alle celebrità internazionali? O anche se il fotografo QUALUNQUE fosse stato proprio lo stesso Efrem Raimondi, ma ancora all'inizio della sua carriera, quando ancora nessuna sapeva chi fosse?

La mia risposta è ASSOLUTAMENTE NO, non ci credo neanche un po', sono certo che gli avrebbero riso in faccia.

Questo "ritratto", per quanto eccentrico, è sicuramente una "buona" immagine (per altro per niente "bella"), ma per potersela permettere come fotografo professionista occorre avere già un nome del livello di Raimondi, ossia tale che il cliente non abbia neanche il coraggio di commentare, altrimenti lo prenderebbero per scemo, gli riderebbero dietro e farebbe la fame, IMO....
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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #20 il: Mercoledì, 25 Gennaio 2017, 17:14:04 »
ok antonello ci siamo capiti :si:
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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #21 il: Mercoledì, 25 Gennaio 2017, 18:19:06 »
Benissimo Antonello, buona la terza direi!
Sono un cercatore di luce, che percorso e quali libri mi consiglieresti?
Non sapere chi siamo è grave. Non sapere cosa si vuole è rischioso. Non capire con chi si sta parlando può essere drammatico.
M.Villani

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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #22 il: Giovedì, 26 Gennaio 2017, 14:07:01 »

@Silvia
Il punto tre, ossia espresso sinteticamente "fotografare la luce", è l'intento di gran lunga più difficile da perseguire, ma quando ci si riesce è certamente quello che più di tutti produce immagini che perdurano nel tempo e sopravvivono a mode, maniere e tendenze. Giusto per fare un esempio per capirci: d'antonomasia sono le immagini di Ansel Adams!


...avevo capito tutt'altra cosa relativamente al punto 3 :ohi:
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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #23 il: Giovedì, 26 Gennaio 2017, 14:49:25 »
...avevo capito tutt'altra cosa relativamente al punto 3 :ohi:
No, ti prego, non sbattere la testa al muro  :)) , tu non c'entri!  :no: Sono io che ho dato per scontato (come al solito) che le terminologie e le espressioni fotografiche (e non solo) con le quali sono cresciuto e che tutt'ora uso, siano ancora ricevute con gli stessi significati di una volta. Sono io che non mi rassegno al fatto che ormai i significati della maggioranza delle accezioni sono come minimo profondamente trasformati (imbastarditi sarebbe più appropriato) o addirittura persi del tutto.

Guarda, ho fatto giusto ieri per curiosità una ricerca su google per "fotografare la luce" e per poco non mi mettevo a piangere: ho trovato tutt'altro rispetto alla metafora che si intendeva un tempo (della quale non è venuto fuori neanche un accenno), ma quel che è peggio è che in particolare sono venuti fuori articoli su come "disegnare" sulla fotografia usando una torcia a led come "pennello".... ecco, qui si che mi viene da....  :ohi:

Giusto per provare a salvare questa espressione dall'oblio, cerco di esprimerla al meglio di seguito.

Quella di "fotografare la luce" era una metafora con la quale si chiariva che l'interesse principale era proprio la luce in sé, mentre il soggetto era solo un'occasione oppure addirittura un semplice pretesto, ossia aveva il ruolo di mero "bersaglio" di luce. Questo non vuol dire che il soggetto non contasse affatto (errore tipico del principiante che prende il concetto alla lettera), ma semplicemente che per il fotografo (o meglio per il suo intento in QUELLA fotografia) la foto non ha senso se la scena prima e l'immagine poi non presentano una luce davvero degna di attenzione.

Facciamo un esempio: quanti paesaggisti dicono "eh, purtroppo non c'era la luce giusta!...." Ecco, la maggior parte dei fotografi capisce che "è la luce che fa la differenza tra il cestino e la stampa", ma poi si ferma a questo, ossia ad aspettare che la luce sia quella giusta, ma sempre con lo scopo di riprendere il soggetto, quindi la luce rimane uno strumento per la ripresa del soggetto. Con una metafora: "quelli che vanno in caccia del soggetto ed aspettano la luce".

Al contrario, altri fotografi vanno oltre tutto questo, letteralmente invertendo la metafora, per diventare: "quelli che vanno in caccia della luce ed aspettano il soggetto". Ecco, questa metafora descrive bene il punto TRE, cioè quel che si intende con "dare priorità alla luce", ossia (come ho scritto nel primo post) "cercare la luce per fotografare sostanzialmente questa per pura espressione estetica, infischiandosene di tutto il resto che rimane mero accadimento accidentale, ma che acquista valore emotivo e narrativo grazie all'interazione con la luce".
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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #24 il: Venerdì, 27 Gennaio 2017, 10:10:23 »

No, ti prego, non sbattere la testa al muro  :)) , tu non c'entri!  :no: Sono io che ho dato per scontato (come al solito) che le terminologie e le espressioni fotografiche (e non solo) con le quali sono cresciuto e che tutt'ora uso, siano ancora ricevute con gli stessi significati di una volta. Sono io che non mi rassegno al fatto che ormai i significati della maggioranza delle accezioni sono come minimo profondamente trasformati (imbastarditi sarebbe più appropriato) o addirittura persi del tutto.


ehehe...la sbatto, la sbatto perchè per fare un "salto in avanti" devo conoscere e confrontarmi. Purtroppo non ho vissuto la fotografia di cui parli, ho preso per la prima volta in mano una macchina fotografica (con l'intento di fotografare) nel 2009 e l'ho vissuta solo dal punto di vista di istinto e sempre in modo personale, senza  cercare il confronto con nessuno (non perchè non lo ritenessi utile ma perchè per me la fotografia era semplicemente un mio linguaggio slegato da quello che poteva essere il "risultato"). Mi sono iscritta su questo forum, oltre che per l'interesse verso la tecnologia, per imparare da e con altre persone.

Quella di "fotografare la luce" era una metafora con la quale si chiariva che l'interesse principale era proprio la luce in sé, mentre il soggetto era solo un'occasione oppure addirittura un semplice pretesto, ossia aveva il ruolo di mero "bersaglio" di luce. Questo non vuol dire che il soggetto non contasse affatto (errore tipico del principiante che prende il concetto alla lettera), ma semplicemente che per il fotografo (o meglio per il suo intento in QUELLA fotografia) la foto non ha senso se la scena prima e l'immagine poi non presentano una luce davvero degna di attenzione.

Facciamo un esempio: quanti paesaggisti dicono "eh, purtroppo non c'era la luce giusta!...." Ecco, la maggior parte dei fotografi capisce che "è la luce che fa la differenza tra il cestino e la stampa", ma poi si ferma a questo, ossia ad aspettare che la luce sia quella giusta, ma sempre con lo scopo di riprendere il soggetto, quindi la luce rimane uno strumento per la ripresa del soggetto. Con una metafora: "quelli che vanno in caccia del soggetto ed aspettano la luce".

Al contrario, altri fotografi vanno oltre tutto questo, letteralmente invertendo la metafora, per diventare: "quelli che vanno in caccia della luce ed aspettano il soggetto".

Credo di avere capito. Dico credo, a rischio di sembrare ottusa, perchè mi è chiaro quello che significhi questa espressione per un paesaggista ma quando si aggiunge, all'elemento del paesaggio, la vita, la "persona", questo processo mi pare sia molto più complesso.
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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #25 il: Venerdì, 27 Gennaio 2017, 16:19:14 »
Credo di avere capito. Dico credo, a rischio di sembrare ottusa, perché mi è chiaro quello che significhi questa espressione per un paesaggista ma quando si aggiunge, all'elemento del paesaggio, la vita, la "persona", questo processo mi pare sia molto più complesso.
Non v'è dubbio! Non a caso il conferire "la priorità alla luce" è considerato l'intento fotografico più difficile da perseguire, e certamente aggiungervi ogni tipo di ulteriore correlazione lo rende ancor più complesso, più di tutte l'attenzione alla "persona".

Ma la vera difficoltà per il fotografo consiste nel riuscire a perdere completamente le abitudini inveterate, che lo portano a finire col concentrasi prima sul soggetto invece che sulla luce. Ti porto un esempio di un ritratto di mia figlia (la più piccola) che le ho regalato l'anno scorso per il suo ventunesimo compleanno.

Potrebbe sembrare, a prima vista, che l'immagine si regga sulla postura e l'espressione del soggetto e che la luce sia solo di supporto, per quanto valido. Ma chiunque abbia un minimo di reale esperienza fotografica sa benissimo che è l'esatto contrario: è la luce che fa tutto "il lavoro", mentre postura ed espressione sono loro ad essere soltanto di supporto, ossia sono puramente accessori strumentali (il "bersaglio" della luce, appunto). Per rendersene conto (e quindi capire anche il perché) basta fare un semplice esercizio di "immaginazione fotografica" (per la qual cosa serve appunto esperienza reale):
A) manteniamo la stessa luce e cambiamo la postura e l'espressione a caso con qualunque altra, anche banale, ed al 90% il risultato rimarrà una "buona" immagine; oppure
B) manteniamo postura ed espressione e cambiamo la luce a caso con una qualunque ed al 90% la foto sarà da cestinare.

Faccio di seguito copia incolla del commento che aggiunsi all'immagine quando la postai un anno addietro sull'altro forum (CSCTalk.com) come esempio del vantaggio di adoperare lenti morbide per immagini che sappiamo già in partenza che finiranno in chiave bassa (low-key). Anche se l'argomento del topic era quindi tutt'altro, dal commento che feci si capisce benissimo che la molla che ha fatto scattare il ritratto è stata "il riconoscimento della luce" e non l'espressione di mia figlia!  :))

Citazione
Una nota tecnica, anche curiosa. Nella pupilla si vedono chiaramente tre luci: quella in alto è la finestra (luce principale), quella nel mezzo un monitor 16:9 da 25" pollici montato in verticale (che ha fatto da luce d'effetto), quella in basso è il display da 13" del notebook che tiene sulle gambe (che ha fatto da schiarita). Come ho vista quella luce ho anche visto questo preciso risultato che diceva "sono qui!" Sono corso a prendere la fotocamera, ho montato al volo il Porst e sono riuscito a scattare senza che se ne accorgesse, immersa com'era nello studio ho avuto tutto il tempo (è iscritta in scienze dell'informazione - comunemente detta informatica - ed è l'unica a voler seguire le orme del babbino, non ostante questi non sia molto d'accordo; però come il babbo, quando è assorta nello studio non si accorge neanche di un terremoto...). Un vero colpo di fortuna!



Fujifilm X-T10 con Porst 55mm F1.4 (circa 85mm equivalente)
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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #26 il: Venerdì, 27 Gennaio 2017, 17:46:27 »
Stabiliante,
e l'esercizio che consigli è corretto, infatti fosse più definita la foto non avrebbe quella resa poichè ci si concentrerebbe sul viso anzichè sul vero soggetto della foto.


L'hai regalata a tua figlia? Lei crede di essere stato il soggetto della foto ? Gli hai anche spiegato la verità ? hihihi
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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #27 il: Venerdì, 27 Gennaio 2017, 18:47:32 »
L'hai regalata a tua figlia? Lei crede di essere stato il soggetto della foto ? Gli hai anche spiegato la verità ? hihihi
Ah, mie figlie erano talmente abituate da piccole ad avere l'obiettivo puntato addosso, che anche adesso che sono cresciute non ci fanno più caso. Conoscono le mie "fissazioni" fotografiche e ne approfittano per prendermi in giro, al punto che se mi vedono correre a prendere la fotocamera sono capaci di improvvisare un coretto all'unisono e senza mettersi d'accordo, parafrasando The Blues Brothers: "Papà ha visto la luce...."  ::)  :))
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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #28 il: Venerdì, 27 Gennaio 2017, 18:57:04 »
 :rofl: :rofl: :))
Una curiosità Antonello, avresti dei libri da consigliarci in materia di "Ricerca della luce"?
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Re:La priorità dell'intento fotografico
« Risposta #29 il: Venerdì, 27 Gennaio 2017, 21:28:32 »
No, purtroppo di libri che affrontino esplicitamente questo approccio non ne conosco. O meglio, dei vecchi che mi passarono per le mani un tempo non ne ho purtroppo memoria e purtroppo al quadrato non sono più stati ristampati e neanche ne ho mai visto di recenti, evidentemente non vendono (e ci sarebbe da riflettere su questo).

Posso però dirti che sono quelle cose che si imparano quasi esclusivamente uscendo sul campo in affiancamento con qualcuno che sappia quel che sta facendo (in gergo si dice/diceva "che sa riconoscere la luce"): in una settimana si impara quel che dai libri (o con le sole parole) e da soli ci vogliono anni, ammesso di riuscirci.

Ma posso comunque suggerirti alcuni volumi di fotografie che ritengo molto istruttive, assai più di qualunque libro divulgativo. Ma la corretta fruizione richiede però alcune considerazioni per niente scontate.

Innanzitutto occorre essere ben consapevoli che i fotografi che cercano la luce lo fanno istintivamente, senza quasi porvi attenzione (a parte naturalmente nella fase iniziale del loro apprendistato) e quindi raramente sottolineano la cosa nel commentare le proprie immagini ed il proprio approccio. Prendiamo ad esempio HCB come esempio limite all'opposto, in quanto non ha praticamente mai parlato di luce nei suoi commenti. Eppure, egli racconta che da un lato moltissimi scatti li prendeva al volo senza star lì tanto a pensare, mentre in altri casi per realizzarne uno solo impiegava davvero molto tempo, in quanto una volta scelto il posto e l'inquadratura poteva stare lì anche ore ad aspettare che una figura umana entrasse nella zona da lui attesa per poter finalmente realizzare lo scatto. Ma in questo modo egli sta esplicitamente ed indiscutibilmente affermando di aver scelto prima il posto e l'inquadratura e quindi per lui la figura umana è soltanto strumentale per l'immagine. Ma allora basta domandarsi: in base a cosa ha scelto proprio quel posto e proprio quella inquadratura? Beh, anche se HCB non si è mai preso il disturbo di spiegare la cosa, basta osservare quelle immagini per "vedere" coi propri occhi che la chiave di tutto era "la luce", per di più "inquadrata in quel modo" e non in un altro. Invece, nelle immagini prese "al volo" (ossia la sua produzione point-and-shot) si nota immediatamente che la luce è sostanzialmente casuale. In altre parole, HCB non era per niente fissato nella sola ricerca della luce, ma quando gli capitava davanti quella giusta capiva per istinto che quella luce da sola valeva lo scatto e si metteva lì con pazienza ad aspettare che un qualche "bersaglio umano" gli facesse la cortesia di entrare nella scena per andarsi a collocare nel punto giusto.

Seconda considerazione: il filtro del tempo. Prendiamo ad esempio il foto-giornalismo, che certamente di tutto si preoccupa tranne che di fotografare la luce. Eppure, quando andiamo ad analizzare le immagini del foto-giornalismo che  hanno superato il vaglio del tempo e che non sono rimaste soltanto mera documentazione d'archivio ma conservano anche considerazione puramente fotografica, notiamo subito che hanno in comune una cosa: la luce non banale. Certo è stato un caso, il fotografo non ha scelto di scattare perché "la luce era favolosa", ma è un fatto che se la luce non fosse stata tale quella foto sarebbe caduta nel dimenticatoio degli archivi giornalistici. Anche qui voglio fare un esempio contrario e vado a scomodare una immagine altamente drammatica, nientemeno che l'assassinio di Robert F. Kennedy. Al momento dell'omicidio erano presenti decine di foto-reporter e furono scattate letteralmente migliaia di foto, tutte ben conservate negli archivi storici e giornalistici. Eppure, tra tutte ce n'è una che è sopravvissuta al tempo e prevale su tutte le altre: perché? Non è per niente la più "documentativa" né la più "drammatica" e neanche la più "stampabile" né la più "politicamente corretta": è semplicemente quella con la luce più "favolosa". Non lo dico assolutamente con cinismo, anzi al contrario, a mio avviso proprio quella luce scolpisce la drammaticità del momento al di là dell'evento in sé stesso, generalizzandone la drammaticità al di sopra della sua specificità ed per questo che esisterà ancora tra duecento anni, a prescindere dal fatto che la vittima sia Robert Kennedy o meno e che sia riconoscibile o meno. La posto alla fine del testo, anche se non ho trovato l'originale, ma solo quella che circola in rete e che andò in stampa sui quotidiani, dove, purtroppo, il viso di Juan Romero è stato artificialmente schiarito, cosa bruttissima. Ma nel libro che indico qui sotto trovate proprio l'originale non maneggiata.

Dopo tutto questo sproloquio, adesso posso spiegarti perché come primo libro ti consiglio "LIFE - I grandi Fotografi" edito da Contrasto (circa 30 euro). Proprio per il fatto che (tranne magari rarissimi casi) in nessuna delle immagini riportate nel volume il fotografo aveva in testa la ricerca della luce, appare evidente che l'inaspettatamente alta percentuale di foto con una luce "splendida" non trova altra spiegazione che il filtraggio del tempo. Le immagini che sono dapprima sopravvissute e poi adesso selezionate, lo devono più per la loro luce casualmente tutt'altro che banale che non per l'effettivo contenuto. Nel foto-giornalismo le immagini con una luce che abbia qualcosa da dire capitano per puro caso, forse una volta su cento (per non dire una su mille), eppure in questo volume ce ne sono almeno una su cinque, ossia quasi il venti percento!!!

L'altro volume che ti consiglio è "Vivian Maier - Una Fotografa Ritrovata" sempre edizioni Contrasto (39 euro). Non riesco a comprendere chi si meraviglia del successo che hanno avuto le sue immagini: basta osservare che in quasi la metà delle sue foto "è la luce che fa il lavoro" per rendersi conto che questa fotografa andava in caccia della luce! O vogliamo ritenere che sia solo un caso e che avesse una fortuna degna di Gastone Paperone? Ovviamente è chiaro che in questi casi la Maier sceglieva l'esatto punto di ripresa e poi si metteva lì ad aspettare il soggetto, né più né meno come HCB.

Non solo, ma abbiamo anche la riprova che nell'altra metà dei suoi scatti, quelli cioè nei quali la luce non ha nulla di particolare, allora la scelta del soggetto riceve ben diversa attenzione (ossia è sempre centrale e mai soltanto funzionale). E poiché abbiamo TUTTI i suoi negativi, sappiamo con certezza che non c'è ASSOLUTAMENTE NULLA DI CASUALE nel suo fotografare, ma ella sapeva ESATTAMENTE quello che faceva, perché nella maggior parte dei casi prendeva UN UNICO SCATTO: ONE SHOT ONE KILL! Quanti fotografi al mondo nell'intera storia della fotografia possono vantare una performance simile?! A me non vien in mente nessuno, tranne lei! Eppure, se cerchiamo le immagini della Maier che circolano in rete, di quelle dove la luce la fa da padrone ne troviamo pochissime. Nel volume che vi ho indicato va un po' meglio, perché sono più o meno una su cinque o sei, ma in altri volumi di altri editori è assai peggio, ve ne sono molte di meno. Anche di questi "scatti alla luce" della Maier ne metto alcuni esempi alla fine.

Ecco, in questi due volumi andate a cercare le foto nelle quali la luce non sia banale e secondo me, nell'arco di tre o quattro "giri" di tutte le immagini, imparerete a riconoscerla. Non voglio però creare false illusioni: sia ben chiaro che un conto è riconoscere la luce nelle foto già finite, ma riconoscerla nella realtà davanti ai nostri occhi è tutto un altro paio di maniche. Tuttavia, il primo è un passaggio obbligato per giungere al secondo, ed è comunque indispensabile anche per potersi realmente capire parlando dell'argomento.











Congelare in una foto l'istante effimero ci permette di estrarlo dall'eternità, non tanto, o non soltanto, per documentarlo, quanto soprattutto per poterlo "ammirare" (anonimo sardo)

SD15+SD10 50/1.4+17-70/2.8-4OS+17-35/2.8-4+Elmarit135/2.8
EM1+GX7+GH1 20/1.7+25/1.4+45/1.8+60/2.8+70/2.8+20-40/2.8+Vario-Elmarit14-50/2.8
X-T10 35/1.4+50/1.2+28/2.8+Sonnar90/2.8+135/2.5+16-50/3.5-5.6+70-200/4Macro
LX100  GXR+evf 50/2.4Macro+28/2.4  Alpha65  S3Pro  Digilux-2