Autore Topic: Il Vampiro di Guastalla  (Letto 217 volte)

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Il Vampiro di Guastalla
« il: Domenica, 25 Febbraio 2018, 21:17:29 »
Mercoledì avevo la giornata libera, così alle quattro di notte son partito per documentare il Vampiro di Guastalla. Mi rendo conto del rischio di percorrere gli argini del Po a quell'ora completamente solo, ma la solitudine è l'unica condizione possibile affinché il Vampiro si manifesti. E poi non vado disarmato: ho un tripode in legno di frassino che all'occorrenza diventerebbe un paletto efficace sul suo corpo. Sono arrivato un po' troppo a ridosso dell'alba, il sole ovviamente non è gradito ai vampiri come invece agli umani. Avevo pensato per un attimo che fosse apparso il lembo del suo mantello tra le fila ordinate di alberi, ma no, era solo il riflesso di chissà cosa. Oppure era veramente lui.






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Se come so sei un marinaio che osserva l’arrivo del tifone, allora aggrappati stretto e forte all’elemento libero che liberamente voli.
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Non tentare di adattarti a questi delicati palati. Puoi tagliare certo, puoi far fuori qualche ridondanza qua e là, ma sei 'raffinato' così, quando sei te stesso. Non farci caso quando ti danno del rozzo, non hanno nient'altro da opporti. Non sei come blateri di tanto in tanto una ciocchetta!
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Re:Il Vampiro di Guastalla
« Risposta #1 il: Domenica, 25 Febbraio 2018, 22:08:49 »
inquietante  :pau: :pau: :pau:
come se... ridendo dei miei demoni, tenessi fra le mani gli angeli...
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Re:Il Vampiro di Guastalla
« Risposta #2 il: Domenica, 25 Febbraio 2018, 22:40:33 »
 ^-^
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Re:Il Vampiro di Guastalla
« Risposta #3 il: Giovedì, 01 Marzo 2018, 09:07:18 »
the blair witch project   :bat:
CRISigma :si:

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Re:Il Vampiro di Guastalla
« Risposta #4 il: Giovedì, 01 Marzo 2018, 20:35:37 »
the blair witch project   :bat:

In effetti vorrei fare un po' horror, un po' cyberpunk, un po' autofiction, un po' documento, un po' di qua e di là, e tutte le immagini che prendo dovrebbero essere un tassello di questo mondo, per cui non c'è nemmeno un progetto ma un'infinita lentissima accumulazione calcarea.



Quella sotto credo sia un'immagine addirittura incomprensibile visto che non c'è un soggetto degno di essere chiamato tale ma solo del caos.



Boh, non so nemmeno se stampate saranno stucchevoli... magari fuori dallo schermo sono una melassa di grigi che era meglio non stampare.
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Re:Il Vampiro di Guastalla
« Risposta #5 il: Giovedì, 01 Marzo 2018, 22:55:37 »
La prima non sarebbe male, nel senso che IMO avrebbe delle potenzialità, ma... la fotografia è fatta di luce prima di ogni altra cosa!  Bisogna imparare a TIRARE FUORI LE LUCI DALLA SCENA, possibilmente già in sede di ripresa (ma raramente è possibile in modo compiuto), altrimenti in stampa, pardon, in post-produzione.

Non si tratta di "taroccare" l'immagine inventando le luci in post-produzione, come fanno i tanti "artisti di PS" che impazzano sul web, che - secondo loro - riprendono in chiave digitale la lavorazione in stampa dell'analogico e che invece - secondo me - non hanno capito nulla dell'arte della stampa. No, non è niente di tutto questo. Oggi in digitale come allora in analogico, si tratta di andare a far emergere la luce che è già presente nella foto, che però l'occhio non riesce a rilevare nella stampa come invece la percepiva sulla scena. Bisogna pertanto intervenire, oggi come allora, con riserve e bruciature. L'unica differenza con l'analogico è che il lavoro che per esempio in questa immagine ho fatto in pochi minuti, sotto l'ingranditore avrebbe richiesto almeno mezzora: ecco, questa sì che è una bella differenza!!!  8)

Poiché so bene per esperienza che a parole spiegare tutto questo non è possibile, mi permetto di usare come esempio pratico la tua prima immagine: basta osservarla un attimo per "vedere la luce che non sembrerebbe esserci" e sapere (per esperienza) che  ci sono buone chance di farla saltar fuori; quindi le ho dedicato giusto un paio di minuti, che mi sono bastati per far tutto (ma con maggior impegno si potrebbe certamente far di meglio). In ogni caso, sia ben chiaro che questo è solo un punto di partenza, un trattamento proprio limitato allo stretto indispensabile, diciamo il "minimo sindacale" nel trattamento della luce di una immagine come questa.

Questo è quello che ho ottenuto: può piacere o meno, ma ciò è del tutto irrilevante perché non è questo il punto: anche se facesse schifo quello che si ottiene in questo caso, il punto è che se non si impara a "tirare fuori la luce" si perde almeno il 90% delle potenzialità della fotografia in bianco e nero, IMO, o quantomeno della fotografia che vuole trasmettere "estetica" e non soltanto "documentazione". Altrimenti, se non si impara a far questo prima di ogni altra cosa, rimarremo tutta la vita ad osservare immagini BN di altri senza riuscire ad ottenerne di nostri altrettanto soddisfacenti.

Tutto IMO, naturalmente.  ;)



PS NON HO MINIMAMENTE TOCCATO IL CONTRASTO DELL'IMMAGINE!
Tutto l'intervento è dato UNICAMENTE da riserve e bruciature selettive, per area e per intensità tonale. Nient'altro.
E' del tutto irrealistico pensare di ottenere un risultato simile intervenendo sul contrasto generale: andando in stampa la differenza sarebbe abissale; provare per credere...
Congelare in una foto l'istante effimero ci permette di estrarlo dall'eternità, non tanto, o non soltanto, per documentarlo, quanto soprattutto per poterlo "ammirare" (anonimo sardo)

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Re:Il Vampiro di Guastalla
« Risposta #6 il: Venerdì, 02 Marzo 2018, 00:28:34 »
La prima non sarebbe male, nel senso che IMO avrebbe delle potenzialità, ma... la fotografia è fatta di luce prima di ogni altra cosa!  Bisogna imparare a TIRARE FUORI LE LUCI DALLA SCENA, possibilmente già in sede di ripresa (ma raramente è possibile in modo compiuto), altrimenti in stampa, pardon, in post-produzione.

Non si tratta di "taroccare" l'immagine inventando le luci in post-produzione, come fanno i tanti "artisti di PS" che impazzano sul web, che - secondo loro - riprendono in chiave digitale la lavorazione in stampa dell'analogico e che invece - secondo me - non hanno capito nulla dell'arte della stampa. No, non è niente di tutto questo. Oggi in digitale come allora in analogico, si tratta di andare a far emergere la luce che è già presente nella foto, che però l'occhio non riesce a rilevare nella stampa come invece la percepiva sulla scena. Bisogna pertanto intervenire, oggi come allora, con riserve e bruciature. L'unica differenza con l'analogico è che il lavoro che per esempio in questa immagine ho fatto in pochi minuti, sotto l'ingranditore avrebbe richiesto almeno mezzora: ecco, questa sì che è una bella differenza!!!  8)

Poiché so bene per esperienza che a parole spiegare tutto questo non è possibile, mi permetto di usare come esempio pratico la tua prima immagine: basta osservarla un attimo per "vedere la luce che non sembrerebbe esserci" e sapere (per esperienza) che  ci sono buone chance di farla saltar fuori; quindi le ho dedicato giusto un paio di minuti, che mi sono bastati per far tutto (ma con maggior impegno si potrebbe certamente far di meglio). In ogni caso, sia ben chiaro che questo è solo un punto di partenza, un trattamento proprio limitato allo stretto indispensabile, diciamo il "minimo sindacale" nel trattamento della luce di una immagine come questa.

Questo è quello che ho ottenuto: può piacere o meno, ma ciò è del tutto irrilevante perché non è questo il punto: anche se facesse schifo quello che si ottiene in questo caso, il punto è che se non si impara a "tirare fuori la luce" si perde almeno il 90% delle potenzialità della fotografia in bianco e nero, IMO, o quantomeno della fotografia che vuole trasmettere "estetica" e non soltanto "documentazione". Altrimenti, se non si impara a far questo prima di ogni altra cosa, rimarremo tutta la vita ad osservare immagini BN di altri senza riuscire ad ottenerne di nostri altrettanto soddisfacenti.

Tutto IMO, naturalmente.  ;)


PS NON HO MINIMAMENTE TOCCATO IL CONTRASTO DELL'IMMAGINE!
Tutto l'intervento è dato UNICAMENTE da riserve e bruciature selettive, per area e per intensità tonale. Nient'altro.
E' del tutto irrealistico pensare di ottenere un risultato simile intervenendo sul contrasto generale: andando in stampa la differenza sarebbe abissale; provare per credere...

Antonello grazie per il suggerimento. In effetti è quello che mi piacerebbe fare ma non ce l'avevo cosi chiaro prima di leggere il tuo intervento. Diciamo che ho iniziato a intuire che lo sviluppo/postproduzione (e anche la stampa vera e propria) ha una potenzialità enorme - quanto spessissimo sottovalutata. Poi ho capito che i filtri non bastano perché agiscono su tutta l'immagine e per quanto siano pilotati con finezza questo aspetto "meccanico" un po' resta e si vede. Invece vorrei proprio arrivare a quello che hai fatto tu, che chiami un "tirar fuori" perché parte mi pare dall'interrogare l'immagine. Ora il problema è costruirsi un gusto, insomma un occhio che permetta di non esagerare, di toccare punti giusti. Per il resto il problema documentazione non lo sento, o meglio sono consapevole che la realtà fuori di me ha una forza e una ricchezza che il simulacro di realtà che ho in testa non raggiunge minimamente. Però non mi interessa conservare un diaframma tra realtà e immaginazione, se l'immaginazione trabocca nella realtà va benissimo. Se l'espressione si raggiunge con riserve e bruciature va bene così. Certo c'è da imparare a farlo, perché adesso produrrei dei mascheroni, ma mi attrezzo...
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Re:Il Vampiro di Guastalla
« Risposta #7 il: Venerdì, 02 Marzo 2018, 02:00:29 »
Citazione da: pacific palisades
... Ora il problema è costruirsi un gusto, insomma un occhio che permetta di non esagerare, di toccare punti giusti....
... Certo c'è da imparare a farlo, perché adesso produrrei dei mascheroni, ma mi attrezzo...
Guarda, per quanto riguarda il gusto, quello vien fuori da solo e si affina col tempo, senza preoccuparsene (anche perché, se uno non ne ha già di suo non penso vi sia alcun modo di costruirsene uno); quanto al non esagerare, è parte integrante del gusto stesso, quindi idem come sopra: viene da solo col tempo e sicuramente viene soltanto dopo che si è imparato a "vedere" (prima) ed a "maneggiare" (poi) la luce.

Questo concetto è importante averlo ben chiaro: è inutile cercare di imparare a "maneggiare" qualcosa se prima non si è imparato a "vedere" quel qualcosa; è evidente che sarebbe sciocco, come pretendere di imparare a correre prima di aver imparato a camminare.

Ora, a sua volta, per poter imparare a vedere la luce occorre ancor prima imparare a riconoscerla. Facciamo un esempio (anche se spiegare queste cose a parole è un'impresa con poche speranze). In questa immagine, nella metà sinistra del terreno che si allontana, possiamo notare che la tonalità del terreno si schiarisce leggermente separatamente lungo due strisce ma non nel mezzo: questo non è normale, perché se fosse un semplice schiarimento per via dell'aumentare della distanza, allora sarebbe uniforme e non suddiviso in due strisce. Vien da pensare che si tratti di un residuo di brina (o di rugiada o di un qualche deposito di umidità, o magari dei refoli di vento, poco importa) che altera ed aumenta la riflettenza del terreno. Ecco, questo vuol dire che lì c'è luce, che nella foto si coglie appena, ma che quasi sicuramente nel negativo (o nel file) è sufficiente per essere "tirata fuori", ossia per essere evidenziata in modo che l'occhio la percepisca chiaramente. Quanto deve essere evidenziata? Questa domanda sembra sensata ma non lo è: la questione è infatti del tutto irrilevante, non soltanto per il fatto di essere completamente soggettiva, ma soprattutto perché l'unica cosa che conta è la soddisfazione estetica del risultato finale.

Per dare corpo a queste considerazioni ti ho preparato due esempi di trattamento. Per cominciare, non dar peso al fatto che ti piacciano o meno, ma concentrati sul fatto che i rapporti di luce di entrambi i risultati (pur molto differenti tra loro) sono presenti già nella tua immagine iniziale: se confronti fianco a fianco la tua immagine prima con una e poi con l'altra, dopo un po' ti accorgerai che effettivamente quelle differenze tonali ci sono anche nella tua, soltanto appenata accennate, ma ci sono. Non si tratta, cioè, di variazioni tonali uniformi su ampie aree, bensì di variazioni localizzate in zone ben precise, non a caso ma in conseguenza di un "depositarsi" della luce sulle superfici a maggior riflettenza. In questo consiste l'imparare a "riconoscere" la presenza della luce; col tempo, l'esercizio e l'esperienza, questo "riconoscere" (che adesso ti risulterà certamente difficile e quasi esoterico) ti verrà sempre più facile e rapido, fino a diventare un "vedere" la presenza della luce che adesso "sembra" non esserci.

Nei seguenti due esempi, sono andato innanzitutto a tirar fuori la luce da quelle suddette zone, nell'ipotesi (non ho scattato io, quindi non ero presente) che si tratti di brina, ed ho poi "tirato fuori" la luce nel resto dell'immagine in modo coerente (secondo i miei gusti) a tale ipotesi, cioè evidenziando due possibili "atmosfere di luce", differenti tra loro ma entrambe comunque coerenti col contesto. Bada bene che non ho aggiunto o tolto luci che non fossero già presenti, ma le ho semplicemente evidenziate in modo diverso, scegliendo arbitrariamente dove intervenire e quanto, su base puramente estetica; in altre parole, non mi interessa minimamente che queste mie scelte corrispondano esattamente o meno con la realtà specifica del momento.

NOTA IMPORTANTE (per evitare fraintendimenti)
Quando si parla di "luci", si intendono ovviamente TUTTE le luci, non solo quelle più intense ma anche quelle più tenui. Infatti, anche nelle ombre più profonde, se ci sono dettagli è soltanto grazie al fatto che in esse sono presenti delle luci, per quanto tenui esse siano. Spesso ci si dimentica di questo fatto fondamentale della fotografia, specie quella in bianco e nero.

Ho infine aggiunto una cornice, perché - secondo me - una valutazione estetica ponderata necessita assolutamente di un "passpartout", che sia fisico o virtuale (mentre per una immagine di documentazione la cornice non serve sostanzialmente a nulla, anzi spesso può essere fastidiosa).

Riporto alla fine anche la tua immagine originale, per facilitare il confronto.
EDIT: ho ripetuto anche la prima elaborazione col trattamento base, ma con aggiunta della cornice







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Re:Il Vampiro di Guastalla
« Risposta #8 il: Venerdì, 02 Marzo 2018, 11:02:48 »
@ Antonello

Le tue tre versioni funzionano tutte, e sono diventate foto "diverse" una dall'altra.

Allora ho provato con Photoshop le riserve e bruciature. Strumento potentissimo ma come diceva Pirelli, la potenza è nulla senza controllo, infatti ho provato in un angolo e son finito fuoristrada :-D
Ci vuole davvero <l'esercizio e l'esperienza> e viene da pensare che un grande stampatore non è meno grande di un grande fotografo, anche se gli stampatori non finiscono nei libri di storia.

Versione flat


Versione con riserve e bruciature


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Re:Il Vampiro di Guastalla
« Risposta #9 il: Venerdì, 02 Marzo 2018, 13:00:23 »
Versione più riserve che bruciature


Mi si è aperto un mondo... 
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Re:Il Vampiro di Guastalla
« Risposta #10 il: Venerdì, 02 Marzo 2018, 13:09:58 »
Citazione da: pacific palisades
... e viene da pensare che un grande stampatore non è meno grande di un grande fotografo, anche se gli stampatori non finiscono nei libri di storia.
Il trattamento dell'immagine è sostanzialmente la metà esatta dell'intero processo fotografico e considerarla meno o più importante della ripresa è indice dell'aver compreso ben poco di quel che sia realmente la Fotografia nella sua essenza.

Da una parte, infatti, nella fotografia documentaria ripresa e trattamento sono operazioni squisitamente tecniche, entrambe orientate a preservare il contenuto informativo dell'immagine, mentre aspetto estetico rimane secondario e subordinato; di conseguenza, non vi è spazio per l'interpretazione, né prima in ripresa, né dopo nel trattamento. entrambe queste fasi sono dunque critiche.

Dall'altra parte, invece, nella fotografia cosiddetta "espressiva", l'estetica del risultato è l'unico obiettivo sia della ripresa sia del trattamento, mentre è il contenuto informativo a rimanere secondario e subordinato. Ripresa e trattamento richiedono lo stesso grado di sensibilità estetica, senza il quale il risultato sarebbe subito compromesso.

Eppure, in entrambe queste "fotografie", pur avendo obiettivi incompatibili tra loro, ripresa e trattamento sono esattamente sullo stesso piano e di pari importanza, in quanto sono i due anelli di una stessa catena, che sappiamo bene essere tanto forte quanto il più debole dei suoi anelli.

Vi è anche da dire che la post-produzione in camera oscura (ossia la stampa analogica) richiedeva anche una grande dose di manualità, che purtroppo non tutti possedevano. Ecco quindi che anche grandi fotografi come HCB, consapevoli dei propri limiti in camera oscura, preferivano affidare la stampa delle proprie immagini a stampatori di fiducia. Nel caso di HBC, che non stampava mai le proprie immagini, egli lasciava completa libertà al suo stampatore, quindi possiamo sicuramente dire che nelle immagini di HCB non c'è soltanto HBC!  :wow:

Citazione da: pacific palisades
L'importante è non perdersi d'animo!
:si: :D
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Re:Il Vampiro di Guastalla
« Risposta #11 il: Venerdì, 02 Marzo 2018, 13:36:43 »
Nel crop del primo tentativo che hai postato direi che salta all'occhio come le luci siano ben evidenziate rispetto all'originale (flat), quindi questo primo "cimento" raggiunge lo scopo. Ottimo inizio!  :si:

Invece, il secondo che hai postato con "più riserve che bruciature", mostra altrettanto chiaramente quanto sia facile mancare del tutto il risultato, ottenendone addirittura uno opposto: infatti, nel risultato finale le luci sono sì più forti, ma nel complesso sono persino più piatte dell'originale e rimangono anonime quanto nell'origine. Questo esempio è utile per notare che "tirar fuori" le luci vuol dire "evidenziarle", il che non necessariamente comporta di incrementarle; anzi, il più delle volte vanno in evidenza solo per riduzione dell'intensità luminosa delle zone limitrofe.

Ho anche un altro modo di esprimere l'idea di "tirar fuori" la luce, ossia "dar voce alla luce afona". Forse questa espressione è più adatta del "tirar fuori", perché rende bene anche l'idea che "dar voce" a qualcosa non significa necessariamente "farla gridare", anzi. Nel secondo tentativo possiamo dire che hai fatto gridare la luce (persino urlare nei tubi)!  :no:

NOTA IMPORTANTE
Ovviamente, sotto l'ingranditore si lavora in negativo mentre in digitale si lavora in positivo, quindi il significato di riserva e bruciatura si inverte, si scambia proprio letteralmente, ma purtroppo non tutti lo sanno e non si adeguano. Questo produce grandissime confusioni quando si leggono dei testi sull'argomento, perché c'è chi li usa nel modo giusto, chi nel modo sbagliato, chi metà e metà; e come se questo non bastasse, c'è anche chi (come me) pur conoscendo bene la questione ed usando i termini nel modo appropriato, è comunque talmente abituato a ragionare sul negativo che gli basta andare appena sopra pensiero per cominciare a ragionare sul positivo come se fosse un negativo e facendo un gran minestrone!  :ohi:
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Re:Il Vampiro di Guastalla
« Risposta #12 il: Venerdì, 02 Marzo 2018, 20:03:21 »
A titolo di esempio riporto due fotografie che mi pare siano state sviluppate col metodo riserve e bruciature

questa è di Jacob Aue Sobol da ARRIVALS AND DEPARTURES, Riga, Latvia, 2015



questa di Daido Moriyama, da DAIDO MORIYAMA CYCLE PART 1 : HOKKAIDO-NORTHERN, Miyagi, Japon, 1973

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Re:Il Vampiro di Guastalla
« Risposta #13 il: Venerdì, 02 Marzo 2018, 21:21:47 »
Ottimi esempi, completamente differenti tra loro.  :si:

Cominciamo dal secondo che è il più semplice.
Lo scopo di questo trattamento è semplicemente quello di isolare il soggetto da tutto il contesto, lasciando che tutto il contorno sfumi rapidamente nel nero quasi assoluto; si tratta sostanzialmente di una eliminazione radicale del superfluo. Si ottiene in questo modo: prima si realizza una sagoma in scala del soggetto; poi si espone l'immagine regolarmente; quindi si effettua una seconda esposizione mantenendo la sagoma sotto l'obiettivo allineata col soggetto a distanza opportuna, in modo da riservare il soggetto e bruciare tutto il resto (la sagoma non deve essere mantenuta ferma, ma occorre spostarla su e giù in modo appropriato durante l'esposizione, per evitare di produrre uno stacco netto dell'inevitabile alone intorno al soggetto). Daido Moriyama (fotografo col quale io personalmente trovo molti punti in comune, sia nella fotografia nel complesso, sia nelle scelte estetiche di trattamento) faceva spesso largo uso di questo semplice ma efficacissimo metodo di isolamento del soggetto ed eliminazione del superfluo. Curiosamente, questo fotografo, quando è passato dall'analogico al digitale, ha smesso di trattare personalmente le sue immagini, affidandone la post-produzione ad un amico di sua fiducia, che però lavora dietro sue precise indicazioni.

La prima immagine è assai più complessa. Gli interventi sono per la maggior parte ben riconoscibili per gli immancabili "bordi residuali" (nel digitale si può intervenire con precisione chirurgica, ma sotto l'ingranditore le sbavature sono inevitabili) e sono molti e di varia natura e metodo. Sostanzialmente si vedono riserve a sagoma sul viso e sulla parte superiore destra della scatola di cartone, nonché sul braccio della bambina. Poi sono state effettuate svariate bruciature mirate, con cartoni forati di varie sagomature. L'eccessiva (a mio avviso) bruciatura sulla mano destra è probabilmente un errore (per me non ha senso come scelta intenzionale), ma in questi casi qualche errore è accettabilissimo (a fronte di un intero processo durato probabilmente non meno di mezzora, ad esser veloci, ma ad un principiante non basta una giornata intera solo per "provare" a fare un intervento simile). Il risultato è fotograficamente eccellente, a mio dire.
Congelare in una foto l'istante effimero ci permette di estrarlo dall'eternità, non tanto, o non soltanto, per documentarlo, quanto soprattutto per poterlo "ammirare" (anonimo sardo)

SDQ+SD15+SD10 50/1.4+17-70/2.8-4OS+17-35/2.8-4+Elmarit135/2.8
GX7+GX1+GH1 20/1.7+25/1.4+45/1.8+60/2.8+70/2.8+20-40/2.8+Vario-Elmarit14-50/2.8
X-T10 35/1.4+50/1.2+28/2.8+Sonnar90/2.8+135/2.5+16-50/3.5-5.6+70-200/4Macro
LX100  GXR+evf 50/2.5Macro+28/2.5  Alpha65  S3Pro  Digilux-2

Offline pacific palisades

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Re:Il Vampiro di Guastalla
« Risposta #14 il: Lunedì, 05 Marzo 2018, 22:19:14 »
Grazie delle delucidazioni, che mi suggeriscono una cosa. Entrambi sono autori che privilegiano fotocamere semplici e veloci per avere immediatezza tra sentimento e presa dell'immagine. Persino la messa a fuoco può essere un ostacolo, ragione per cui Morijama ha usato sempre o quasi delle compatte. Questa semplicità e velocità però si traduce in fase di stampa nell'opposto, un grande lavoro manuale, quasi pittorico.
  • andrea
     
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