Autore Topic: SD Quattro sul campo: dal Colore Forte al Bianco e Nero  (Letto 789 volte)

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Offline Sardosono

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SD Quattro sul campo: dal Colore Forte al Bianco e Nero
« il: Domenica, 05 Agosto 2018, 19:40:29 »
SD Quattro sul campo: dal Colore Forte al Bianco e Nero

In previsione di una prossima (prima o poi!) recensione della SD Quattro, presento in questo topic una serie di immagini da me riprese con questa fotocamera. Chiariamo subito che la mia NON sarà una recensione tecnica, né poco né punto. Di recensioni tecniche ne è pieno il web, quindi il solo fatto di aggiungerne un'altra non costituisce per me una ragione sufficiente per motivarmi a spenderci del tempo. La ragione che mi spinge è infatti un'altra; tuttavia non intendo parlarne adesso, ma lo farò (forse) nella recensione stessa.

Come si intuisce dal titolo, le immagini NON sono dei test, ma sono fotografie, prese cioè non "per provare", non "per vedere", non "per valutare", ma semplicemente per realizzare delle fotografie a mio gusto, piacimento e intento. Non sono immagini da book (anche se qualcuna non è male) secondo i miei criteri, ma non sono - sempre al mio occhio, ovviamente - neppure da cestino, e lo dimostra il fatto che ho dedicato del tempo a scegliere una cornice idonea dentro cui inserirle.

Per tale ragione, ritengo necessario fare una "non troppo lunga" premessa.

Le foto che presento, non essendo un test, NON sono scelte sulla base di alcuna considerazione tecnica, ma esclusivamente su base operativa e fotografica, e quindi le ho suddivise secondo i tre grandi COMPARTIMENTI che si distinguono appunto per le completamente differenti necessità OPERATIVO-FOTOGRAFICHE, sia prima in fase di ripresa, sia dopo in fase di trattamento, e che sono: 1) il COLORE, 2) il COLORE FORTE e 3) il BIANCO e NERO.

Tutti sanno (o dovrebbero sapere) che colore e bianco e nero hanno differenti necessità OPERATIVO-FOTOGRAFICHE, che si ripercuotono sull'intero processo che conduce all'immagine finita. La maggior parte dei praticanti la fotografia sanno (o almeno hanno sentito dire) che, salvo colpi di fortuna, le immagini monocromatiche sono quasi sempre deludenti se non sono state "pensate" in bianco e nero già in sede di ripresa

In cosa consiste questa differenza? Sicuramente in tante cose, ma quella fondamentale è andiamo in caccia di cose ben diverse: in un caso della luce, nell'altro del colore della luce. Sono quindi due compartimenti fotografici concettualmente separati e questo è un fatto risaputo, anche se purtroppo molto poco compreso.

Ma io ne ho aggiunto un terzo di compartimento, del quale ben pochi parlano: il COLORE FORTE. Anche questo è a tutti gli effetti un compartimento fotografico concettualmente separato dagli altri due, non solo dal BN (il che è evidente), ma anche dal colore in quanto tale.

Infatti, al pari del bianco e nero anche il colore forte è fonte di cocenti delusioni se lo affrontiamo come siamo abituati a fare col colore "semplice" (diciamo così, giusto per capirci) e il motivo è proprio lo stesso: richiede un approccio fotografico tutto suo, senza il quale possiamo solo sperare nel solito colpo di fortuna.

Questa premessa era necessaria per chiarire il mio "strano" (per alcuni) modo di separare le esigenze operativo-fotografiche, poiché di questo tengo primariamente conto nella mia valutazione dell'idoneità operativa di una qualsiasi pellicola e, quindi, anche di una fotocamera digitale, nella quale la pellicola è fissa e si chiama sensore.

Un'ultima considerazione, su una questione che ormai sapete tutti, ma magari potrebbe sfuggire agli ultimi arrivati, quindi la ripeto: io non fotografo quasi mai per documentare alcunché, nel senso che io non fotografo quel che vedo, ma quel che "penso e immagino"; per cui, tutte quelle preoccupazioni che "attanagliano" la gran parte di coloro che praticano la fotografia, a me non sfiorano neanche l'anticamera del cervello. Tenetene conto quando osservate le immagini.

Venendo finalmente alle immagini, le posterò quindi separate in tre gruppi in tre differenti post, uno per ogni "compartimento" (non mi piace questo termine, ma non trovo sostantivo migliore) in quest'ordine:

A) COLORE FORTE
B) COLORE (semplice)
C) BIANCO e NERO

Le immagini (15 in tutto) provengono (e quindi vogliono rappresentare) da altrettante differenti condizioni e relativi "ragionamenti" operativi, sia di ripresa sia di trattamento, ognuna all'interno del proprio gruppo. Non ci sono dunque doppioni in senso "operativo", quindi si tratta di 15 situazioni di ripresa "concettualmente" ed "operativamente" differenti (a prescindere dai soggetti ripresi, che sono irrilevanti).

(continua)
Congelare in una foto l'istante effimero ci permette di estrarlo dall'eternità, non tanto, o non soltanto, per documentarlo, quanto soprattutto per poterlo "ammirare" (anonimo sardo)

SDQ+SD15+SD10 18-35/1.8+50/1.4+17-70/2.8-4OS+17-35/2.8-4+Elmarit135/2.8
GX7+GX1+GH1 20/1.7+25/1.4+45/1.8+60/2.8+70/2.8+20-40/2.8+Vario-Elmarit-14-50/2.8
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Re:SD Quattro sul campo: dal Colore Forte al Bianco e Nero
« Risposta #1 il: Domenica, 05 Agosto 2018, 21:05:18 »
A) COLORE FORTE

Le immagini sono tutte riprese con la SD Quattro C e col
Sigma 50mm f/1.4 EX AF, tutte a 100 ISO tranne una a 200.

1) ISO 100 1/2000 F/1.4


2) ISO 100 1/1000 F/2.8


3) ISO 200 1/60 F/1.4


4) ISO 100 1/1600 F/5.6


5) ISO 100 1/400 F/2.8


(continua)
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Re:SD Quattro sul campo: dal Colore Forte al Bianco e Nero
« Risposta #2 il: Domenica, 05 Agosto 2018, 22:42:04 »
B) COLORE

Anche in questo caso le immagini sono tutte riprese con la SD Quattro C
e col Sigma 50mm f/1.4 EX AF, tutte a 100 ISO tranne l'ultima a 200.

6) ISO 100 1/1000 F/5.6


7) ISO 100 1/4000 F/1.4


8 ) ISO 100 1/2500 F/1.4


9) ISO 100 1/640 F/8



10) ISO 200 1/60 F/4
Quella che segue è una situazione particolare, diciamo mista.
Il colore protagonista è quello delicato dei bianchi in primo piano, ma la presenza del colore forte in secondo piano (che non è protagonista, ma il suo ruolo è fondamentale, insieme al nero di contorno, per dare risalto per contrasto alla delicatezza dei bianchi) porta con sé anche le problematiche operative del colore forte, che si sommano a tutto il resto (in questo caso, per esempio, a quelle tipiche del Foveon quando si ha a che fare con le trame della stoffa). Questo è il risultato finale che ho ottenuto, che è necessariamente un compromesso, ma che tutto sommato non è malvagio dal punto di vista fotografico (il problema è infatti la qualità mediocre di questi fiori di stoffa che col Foveon si vede tutta senza pietà, e non è bastato per camuffarla la riduzione del dettaglio del primo piano dovuta al fuoco leggermente arretrato).



(continua)
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Re:SD Quattro sul campo: dal Colore Forte al Bianco e Nero
« Risposta #3 il: Domenica, 05 Agosto 2018, 23:05:54 »
C) BIANCO e NERO

Le immagini sempre tutte riprese con la SD Quattro C
ed il Sigma 50mm f/1.4 EX AF, tutte a 100 ISO.


11) ISO 100 1/13 F/1.4


12) ISO 100 1/125 F/1.4


13) ISO 100 1/100 F/1.4


14) ISO 100 1/500 F/2


15) ISO 100 1/500 F/2


E per il momento basta così! ;)
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Re:SD Quattro sul campo: dal Colore Forte al Bianco e Nero
« Risposta #4 il: Lunedì, 06 Agosto 2018, 07:43:29 »
Pensieri sparsi prima del lavoro.

Eh, sono perfette. Se si potesse travasare la tecnica per osmosi, un po' come succede in Matrix...  :)

Ma "colore forte" nel senso di colore "standard" o "saturo" oppure colore forte nel senso che il soggetto ha dei colori saturi?

I fiori vanno bene così, sono perfetti così, fotografare cose umili è perfetto. Fotografia = vedere = conoscere = valore (e il passaggio conoscenza=valore secondo me è vertiginoso come il tempo che scorre diversamente in luoghi diversi dell'universo).


Il colore fotografico  è bello, ma... non so, credo che il colore, proprio come il bianco e nero - e questa è anche una implicazione del tuo discorso introduttivo sull'espressione - non è reale, allora occorre trovare un modo di controllarlo e manipolarlo, occorre inventarsi uno stile del colore. 

Scusa i frammenti.

 
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Se come so sei un marinaio che osserva l’arrivo del tifone, allora aggrappati stretto e forte all’elemento libero che liberamente voli.
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Re:SD Quattro sul campo: dal Colore Forte al Bianco e Nero
« Risposta #5 il: Lunedì, 06 Agosto 2018, 08:50:35 »
Prendendo spunto dalla tua premessa, direi che "l'esercizio" è perfettamente riuscito sia nell'intento che nel risultato. Senz'altro, al di la di ogni giudizio soggettivo, una conferma delle potenzialità della SDQ, per altro di non facile ottenimento, comunque in tutte e tre le "categorie" si ottengono scatti assolutamente di pregio. La domanda è la seguente: quanto lavoro in termini di tempo è stato necessario dedicare in post produzione? Può sembrare una domanda banale, ma con il foveon a volte succede che in 10 minuti sbrighi tutto con ottimi risultati , altre volte sono necessarie delle mezz'ore abbondanti per tirare fuori quello che avevi in mente di ottenere da un'immagine cosi come l'hai pensata nel momento dello scatto.
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Offline hobbit

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Re:SD Quattro sul campo: dal Colore Forte al Bianco e Nero
« Risposta #6 il: Lunedì, 06 Agosto 2018, 09:29:18 »
In che maniera i risultati sarebbero stati diversi se fosse stata usata una m4/3 gx7 a 200 iso con il 25 1.4?
(fotocamera e lente che abbiamo sia io che Antonello)
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"Molti di quelli che vivono meritano la morte, e molti di quelli che muoiono meritano la vita. Tu sei in grado di valutare, Frodo? Non essere troppo ansioso di elargire morte e giudizi. Anche i più saggi non conoscono tutti gli esiti." (J.R.R. Tolkien)

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Re:SD Quattro sul campo: dal Colore Forte al Bianco e Nero
« Risposta #7 il: Lunedì, 06 Agosto 2018, 09:41:59 »
In che maniera i risultati sarebbero stati diversi se fosse stata usata una m4/3 gx7 a 200 iso con il 25 1.4?
(fotocamera e lente che abbiamo sia io che Antonello)

Mha...è la classica domanda che spariglia le carte...Io non me la pongo mai, uso la Leica  m4/3 quando non posso portarmi dietro una macchina più ingombrante, già sapendo che comunque otterrò qualcosa di diverso e se quel qualcosa mi fosse andato bene in passato non andavo sicuramente a cercarmi "rogne" con un altro sistema, (leggi Foveon)...ma il fatto è che mi andava stretto, ergo :))
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Offline hobbit

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Re:SD Quattro sul campo: dal Colore Forte al Bianco e Nero
« Risposta #8 il: Lunedì, 06 Agosto 2018, 11:20:48 »
La mia domanda, sì forse poco interessante o priva di risposta, è stata in qualche modo una reazione (non in senso negativo) a questa tua frase:

Citazione
Prendendo spunto dalla tua premessa, direi che "l'esercizio" è perfettamente riuscito sia nell'intento che nel risultato. Senz'altro, al di la di ogni giudizio soggettivo, una conferma delle potenzialità della SDQ, per altro di non facile ottenimento, comunque in tutte e tre le "categorie" si ottengono scatti assolutamente di pregio.

Io nelle foto che ha proposto Sardo, forse per mia limitatezza, non riesco a capire quali risultati ottiene che non avrebbe potuto ottenere con un buon sistema Bayer, come quello che cito d'esempio.
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Offline andrea948

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Re:SD Quattro sul campo: dal Colore Forte al Bianco e Nero
« Risposta #9 il: Lunedì, 06 Agosto 2018, 11:38:18 »
E' difficile rispondere in modo sintetico, per quanto mi riguarda sul B&N ho risultati nettamente superiori rispetto al Bayer (parlo in fase di stampa non a video), lato colore non lo sto utilizzando molto, quindi mi limito a dire che mi da una diversa sensazione di interpretazione del colore rispetto al Bayer, e quest'ultima la preferisco, non chiedermi il perchè, ci vorrebbero troppe parole e qui non c'e tempo e spazio.
Per capirci dai un'occhiata a questi fotogrammi e forse ci intendiamo....
http://ernst-haas.com/classic-color-flora/
http://ernst-haas.com/color-america/
http://ernst-haas.com/color-asia/
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Offline notomb

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Re:SD Quattro sul campo: dal Colore Forte al Bianco e Nero
« Risposta #10 il: Lunedì, 06 Agosto 2018, 17:04:29 »
Paragonare le foto attraverso i monitor dove ognuno ha il suo oppure da smartphone non è molto razionale.
Quando un dubbio vi assale stampate una foto con qualsiasi Foveon e qualsiasi altro sistema.
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Offline EXCEL

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Re:SD Quattro sul campo: dal Colore Forte al Bianco e Nero
« Risposta #11 il: Lunedì, 06 Agosto 2018, 18:06:54 »
La mia domanda, sì forse poco interessante o priva di risposta, è stata in qualche modo una reazione (non in senso negativo) a questa tua frase:

Citazione
Prendendo spunto dalla tua premessa, direi che "l'esercizio" è perfettamente riuscito sia nell'intento che nel risultato. Senz'altro, al di la di ogni giudizio soggettivo, una conferma delle potenzialità della SDQ, per altro di non facile ottenimento, comunque in tutte e tre le "categorie" si ottengono scatti assolutamente di pregio.

Io nelle foto che ha proposto Sardo, forse per mia limitatezza, non riesco a capire quali risultati ottiene che non avrebbe potuto ottenere con un buon sistema Bayer, come quello che cito d'esempio.

è un ragionevole dubbio il tuo.
Per me qualsiasi foto scattata da una SDQ ha  una QI migliore rispetto a qualsivoglia bayer (ovviamente se scattiamo rispettando le condizioni in cui il foveon rende).
Ci sono tuttavia foto dove questo vantaggio si palesa in maniera eclatante, ed altre meno, motivo per cui non uscirei mai senza la  SD1 se vado per boschi o in montagna, ma vivo senza troppi rimpianti se visito una  città Europea armato della sola Ricoh.

Ad esempio, apprezzo molto la tridimensionalità della  modella nella foto n.5 pur essendo sul medesimo piano di MAF del cancello, la resa generale nella numero 6 ed i passaggi tonali nella n.10, condizioni che esaltano il Foveon.
www.moroph.eu

SD1 Merrill 10-20 EX + 24-105ART + 70mm 2.8 Macro EX
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Offline Sardosono

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Re:SD Quattro sul campo: dal Colore Forte al Bianco e Nero
« Risposta #12 il: Lunedì, 06 Agosto 2018, 19:07:46 »
Citazione da: hobbit
In che maniera i risultati sarebbero stati diversi se fosse stata usata una m4/3 gx7 a 200 iso con il 25 1.4?
(fotocamera e lente che abbiamo sia io che Antonello)
La domanda non è affatto sciocca, anzi, altrimenti non conserverei la GX7 col Summilux ed altre lenti. E dare una risposta sensata non sarà affatto semplice.

Da un certo punto di vista posso dirti che se il mio scopo fosse stato quello di portare a casa quelle stesse riprese, le avrei portate a casa lo stesso e sarebbero state altrettanto valide, perché "tecnicamente" non c'è stato nulla che non avrei potuto affrontare anche con la GX7. Giusto per capirci, non così è stato, invece, per le foto dell'altro post, quelle prese quasi al buio, dove con la GX7 avrei incontrato varie difficoltà rispetto alla X-T10, mentre con la SD Quattro non ne avrei portato a casa neanche una foto!!!

Ma non è questo il punto.

Da un altro punto di vista posso dirti quello che diranno anche molti altri, ossia che la qualità del dettaglio cromatico e di luminanza del Foveon sono insuperabili da qualunque mosaico, il che è sicuramente vero, anche se nella mia scala delle priorità "fotografiche" questo non è certo ai primi posti (anzi, non la considero affatto una priorità "fotografica", ma solo un aspetto tecnico e solo come tale ne tengo conto).

Ma non è neanche questo il punto.

Da un altro punto di vista ancora, posso dirti che anche portando a casa le stesse riprese, le foto sarebbero state certamente diverse, perché... beh, perché sono "pellicole" diverse tra loro.

E neppure questo è il punto, anche se ci si avvicina.

Il punto è che con pellicole diverse "pensi" in modo diverso, quindi difficilmente eseguirai gli stessi scatti. Lo so, sembra una sciocchezza, ed è davvero una sciocchezza se si è tra coloro che fotografano quel che vedono, cosa assolutamente legittima, sia ben chiaro.

Ma io sono atipico (rispetto ai più, ma sono comunque in ottima compagnia) ed ho voluto appunto specificarlo nella premessa del topic; infatti ho scritto:

"(...) io non fotografo quasi mai per documentare alcunché, nel senso che io non fotografo quel che vedo, ma quel che "penso e immagino"; per cui, tutte quelle preoccupazioni che "attanagliano" la gran parte di coloro che praticano la fotografia, a me non sfiorano neanche l'anticamera del cervello. Tenetene conto quando osservate le immagini."

Questo è un concetto che per quanto lo si ripeta non viene digerito facilmente, perché non lo si valuta per quello che è, per due motivi: primo, perché non si capisce cosa voglia dire "in soldoni" fotografare quel che si pensa e immagina invece di quel che si vede; secondo, perché non si apprezza appieno la differenza tra pellicole o sensori, che appaiono marginali.

Cominciamo dalla pellicola.
Anche al tempo dell'analogico, non era facile far digerire la differenza tra le pellicole, perché per la maggior parte la differenza tra un Kodachrome 64 ed una Ektacolor 400 era marginale; per non parlare di quella tra un Kodachrome 64 ed un 25: per i più erano fisime. Tuttavia, a quei tempi il problema si risolveva facilmente: bastava portare con se tre corpi macchina con tre pellicole differenti e la stessa lente su tutte (in genere il 50, uno proprio e gli altri due prestati dagli amici, magari anche col corpo macchina) e trascorrere la giornata facendo le riprese come al solito, ma con la sola differenza di eseguire la ripresa tre volte, una con ogni pellicola. Per molti era scioccante scoprire quanto differenti fossero i risultati. Oggi col digitale fare un test simile è assai più difficile e costoso, anche perché trovare tre amici che ti prestino la fotocamera non è facile... beh, non so voi, ma io di amici fotografi attualmente ne ho pochissimi ormai, mentre da ragazzo ne avevo parecchi e ognuno con la sua brava camera oscura.

E veniamo ai sensori.
Coi sensori il problema principale è un altro: tutti i firmware tendono ormai ad uniformare le rese del sensore verso uno standard "de facto" estremamente piatto ed asettico, il "look digitale", tanto che che molti ormai vanno disperatamente in giro alla ricerca di LUT che consentano un minimo di fuga dal look digitale imperante, che io definirei "ospedaliero", e mi fa sorridere il fatto che la scoperta delle LUT sia considerata la  conquista fotografica del secolo!
Ora, onestamente io non ho proprio alcuna intenzione di perder tempo con le LUT, ne poco né punto. A me interessa poter disporre di sensori che innanzitutto abbiano una personalità cromatica e di luminanza, che essa possa essere facilmente riportata in superficie non ostante il firmware che cerca di seppellirla, ed infine che tale "personalità" sia di mio gradimento, cosa che non è affatto frequente.

E siamo arrivati a ricongiungerci all'inizio. Il Foveon è sicuramente fra tutti quello con le cromie che più mi piacciono, anche se le varie versioni sono molto differenti tra loro (in ordine di mia preferenza generazionale: quarta, prima, seconda e solo per ultima la terza generazione, ossia il Merrill). Altri sensori che si distaccano moltissimo dal piattume generale sono (a mio personalissimo parere) in ordine sparso: Fuji X-Trans e Super-CCD, Panasonic GX7 e GH1 (anche GX1, ma invece non mi ispira il GX8, per esempio), la Digilux-2, la Ricoh GXR dei moduli A12 e la GR-II. Invece non mi ispirano quasi per nulla gli ultimi sensori Sony e Nikon, mentre di Canon non mi è mai piaciuta la resa neanche in passato (anche se le fotocamere le trovo ottime). Insomma, le fotocamere che ho conservato le vedo prima di tutto in termini di pellicola, poi viene tutto il resto.

E giungiamo infine al concetto di "fotografare quel che si pensa e immagina".

Spiegarlo è un bel problema e lo è sempre stato: io non sono capace e nemmeno ci provo. Tanti eccellenti fotografi hanno provato a "spiegarlo", ma alla fine quel che dicono lo capisce solo chi il concetto l'ha già assimilato. Ma la cosa davvero singolare è che in realtà non c'è nulla da capire: è una cosa che viene da sé in modo del tutto naturale quando si comincia a comprendere e far propria la composizione.

La composizione è una "costruzione mentale", che avviene cioè prima nella mente e poi solo alla fine la si concretizza nell'inquadratura; pertanto, questo vuol dire fotografare "quella composizione che si è prima pensata e immaginata" e ciò è ben differente dal fotografare quel che si vede, pur cercando di inquadrarlo meglio che si può nel mirino. Si tratta, quindi, di due processi completamente differenti, che hanno in comune solo il fatto di usare una fotocamera e di premere il pulsante di scatto, ma a parte questo, i due esseri senzienti dietro la fotocamera, detti fotografi, stanno facendo cose proprio ben diverse; e anche se alla fine entrambi produrranno una immagine, queste saranno anch'esse profondamente diverse.

NOTA IMPORTANTE - Attenzione a non confondere - cosa frequentissima - questi discorsi con la "previsualizzazione" che NON HA NULLA A CHE VEDERE CON TUTTO QUESTO: la previsualizzazione ci offre semplicemente la comodità di riuscire ad immaginare con  buona approssimazione l'inquadratura da un certo punto di ripresa, senza doverci scomodare ad andare proprio lì a verificare nel mirino; non è nulla più di questo.

Come si incastra tutto questo con la pellicola-sensore? Semplice: quando inventi la composizione tieni AUTOMATICAMENTE conto degli strumenti che hai a disposizione, primo fra tutti la pellicola che hai in macchina (o il sensore), e questo cambia inevitabilmente tutto quello che ti verrà in mente, compreso il caso frequentissimo di decidere di lasciar perdere con una certa pellicola o di proseguire in un altra. E NON mi sto riferendo affatto ai limiti tecnici (quali ISO, dinamica et similia), bensì al fatto di conoscere abbastanza una pellicola da riuscire ad immaginare che quello specifico risultato sarà deludente. Ogni tanto, però, è bene fare anche la verifica sul campo, giusto per avere un riscontro tangibile di non perdere colpi, specie col passare dell'età (vedi più avanti). Per esempio, la foto numero tre l'ho presa sia con la X-T10 sia con SD Quattro, pur sapendo che la prima non mi avrebbe fornito un equilibrio cromatico altrettanto soddisfacente, come in effetti è stato; tuttavia, ho mantenuto la stessa composizione quindi i due scatti sono direttamente comparabili, per cui appena trovo il tempo lavoro anche quelli Fuji e faccio un post comparativo, NON tecnico, neanche un po', ma estetico-compositivo (se mi riesce).
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Re:SD Quattro sul campo: dal Colore Forte al Bianco e Nero
« Risposta #13 il: Lunedì, 06 Agosto 2018, 19:19:49 »
Citazione da: pacific palisades
Ma "colore forte" nel senso di colore "standard" o "saturo" oppure colore forte nel senso che il soggetto ha dei colori saturi?

IL COLORE FORTE QUESTO SCONOSCIUTO





INTRODUZIONE

COLORE FORTE è una espressione fotografica D.O.C. che identifica quelle immagini nelle quali le "forme colore", per intensità, contrasto cromatico e natura della forma stessa, stravolgono il cosiddetto "linguaggio" rispetto ad una comune immagine a colori. Il "colore forte" è sempre stato uno degli argomenti avanzati di studio considerati fondamentali nella fotografia, indispensabile anche per chi volesse dedicarsi esclusivamente al BN (può sembrar strano, ma è così). Se volessimo fare un paragone scolastico, potremmo dire che se il colore è l'italiano ed il bianco e nero è il greco classico, allora il colore forte è il latino. Eppure di questa "lingua" se ne è pian piano persa quasi traccia, fino al punto che nessuno ne parla più esplicitamente (tranne che negli istituti d'arte, per fortuna, dove è sempre un pilastro irremovibile, anche se non vorrei fosse diventato una "segreta cosa" riservata agli "adepti", spero di no).

Pur essendo un argomento considerato avanzato, nella gran parte delle riviste di un tempo c'era una qualche rubrica che al suo interno si occupava anche di colore forte in modo esplicito. Inoltre, le rubriche che ricevevano e scrutinavano le immagini dei lettori avevano uno o più temi dedicati al colore forte, se non addirittura una specifica "materia d'esame fotografico" alla quale il lettore poteva sottoporre le proprie foto. Tutto ciò è completamente scomparso, insieme alle riviste stesse, senza lasciare neanche traccia sul web.

Il problema è che per comprendere le esigenze compositive del colore forte è ovviamente necessario comprendere la composizione in generale, e poiché la composizione è stata ridotta a qualche regoletta spiccia mista a parole vuote, è chiaro che parlare di punto in bianco di colore forte al giorno d'oggi risulta una impresa sicuramente ardua, quasi una "mission impossible" per carenza di basi comuni.

Ma sicuramente qualcuno si starà chiedendo: è almeno possibile chiarire concettualmente il perché di questa così grande differenza compositiva tra colore, colore forte e bianco e nero?!... Beh, non so, ma ci provo.



BREVI NOTE SULLA COMPOSIZIONE

Per prima cosa definiamo almeno sinteticamente ma sostanzialmente cosa sia la composizione. La composizione fotografica consiste nello strutturare una immagine in modo tale da predisporre al suo interno una rete di possibili percorsi di lettura, i quali rispettino i meccanismi fisiologici di lettura dell'insieme occhio-cervello; meccanismi che sono sostanzialmente gli stessi dall'Alaska alla Terra del Fuoco, dall'Islanda al Sudafrica, dalle colonne d'ercole all'arcipelago giapponese (salvo quel minimo quasi irrilevante di differenze dovute alle abitudini del verso di scrittura).

Chiarito questo, vediamo alcuni elementi fondamentali, almeno quelli indispensabili per il nostro scopo limitato.

L'attenzione del nostro occhio-cervello segue delle priorità, e per prima cosa è letteralmente "catturata" dalle "forme cromatiche", intendendo con questa espressione quelle "zone cromaticamente uniformi che si distaccano dal contesto per contrasto cromatico". Inoltre, dal punto di vista temporale è attirato PRIMA e più intensamente dalle forme semplici rispetto a quelle più complesse. Ovviamente, oltre a questo seguono tanti altri meccanismi di selezione dell'attenzione operati dal nostro cervello, ma in questa sede li dobbiamo lasciare necessariamente da parte.

In secondo luogo, una volta che il cervello ha identificato gli "elementi" di attenzione, ne seleziona alcuni promuovendoli a "centri" di attenzione e costruisce dei "percorsi di lettura", aventi per "nodi" questi "centri" e risultanti dalla fusione dalle linee apparenti presenti nell'immagine con le linee virtuali congiungenti detti "centri" (solo su questa frase ci sarebbe da soffermarsi e scrivere per un intero libro, ma qui ci dobbiamo accontentare del concetto).

Questa non è neanche la punta dell'iceberg dell'intero processo, e inoltre la semplificazione che ho fatto è necessariamente estrema (a dir poco), ma è quanto secondo me è strettamente sufficiente per il discorso che dobbiamo fare.

Tutto quanto sopra descritto avviene praticamente all'istante. Dopo di che arriva la sentenza: l'immagine viene accettata dal nostro cervello oppure è rifiutata. In che senso? Nel senso che se il nostro cervello NON riesce a costruire al volo almeno UN percorso di lettura, allora non inizia neanche ad esplorare l'immagine, ma al massimo si limita a "vederla" senza realmente osservarla. Posso provare a spiegarlo così: come quel marito che aspetta fuori dal negozio che esca la moglie, e che sembra che ogni tanto "guardi" la vetrina di guanti, scarpe e cappellini, ma in realtà il suo cervello non si impegna minimamente nell'osservazione. Non prendete però questo esempio alla lettera, perché come tutti gli esempi non sostituisce il fenomeno, quindi va preso con le molle.

NOTA: in realtà il rifiuto può avvenire anche successivamente ad una prima accettazione (la quale a sua volta può essere fatta "con riserva", diciamo così), ma non possiamo addentrarci più di tanto nel discorso, altrimenti non ne usciamo più.

Un corollario di quanto detto - che può facilmente sfuggire - è il seguente: in caso di "rifiuto" alla lettura dell'immagine, noi possiamo comunque insistere ad osservarla (e in genere lo facciamo), ma a quel punto i meccanismi di lettura non hanno più luogo e la visione è del tutto priva di guida, quindi casuale, per non dire caotica; o meglio, per essere precisi, questi meccanismi non hanno più luogo in modo inconscio, a meno che, ovviamente, non non abbiamo sufficiente conoscenza del nostro processo visivo da poter "condurre il nostro cervello tenendolo per mano" (spero di aver trasmesso il concetto).

Torniamo adesso finalmente al punto di partenza: la composizione. Essa consiste nel predisporre la struttura dell'immagine in modo tale che il nostro occhio-cervello sia in grado di procedere senza intoppi con i propri meccanismi di lettura: se ciò avviene, allora la nostra composizione ha avuto successo e potremo legittimamente chiamarla una buona composizione, ma sarebbe più appropriato definirla una composizione che funziona; se viceversa ciò NON avviene, ossia se la lettura dell'immagine viene "rifiutata" dal nostro occhio-cervello, allora la nostra composizione ha fallito, e altrettanto legittimamente potremo chiamarla una cattiva composizione, ma più appropriatamente una composizione che NON funziona.

Le ragioni concrete per le quali una composizione può non funzionare sono molteplici e differenti per natura, ma la più frequente è probabilmente l'eccesso di possibili centri di attenzione, che mette il nostro cervello nel caos, come dieci venditori che ti parlano a voce alta contemporaneamente nell'orecchio; il cervello adotta allora un semplicissima strategia: scappa. Da questo deriva il fondamento di verità della "regoletta" compositiva che dice di "eliminare tutto il superfluo dall'immagine". Certo, seguire questo principio aiuta, perché c'è un nesso diretto col vero principio che gli sta dietro, e sono anche disposto a riconoscere che la maggior parte delle tante regolette compositive abbiano ognuna un fondo di verità dal quale derivano; ma ridurre la composizione a regolette sterili senza una reale comprensione del problema (anzi, senza neppure averne idea), è un surrogato davvero misero, non vi pare?!...

Ottenere una composizione che funzioni non per un colpo di fortuna, ma perché costruita con consapevolezza, richiede ovviamente una comprensione dei suddetti meccanismi che sovraintendono ai nostri processi di lettura delle immagini, tutte cose che nessuno si è mai preso la briga di analizzare e descrivere in modo sistematico (a parte il campo medico-biologico della fisiologia della visione, che però non è per niente la stessa cosa, perché gli scopi e gli interessi sono del tutto differenti). Non essendoci testi autorevoli di riferimento, ognuno deve riscoprire da solo l'acqua calda e chi lo fa (e non sono affatto pochi) non perde tempo a metterlo per iscritto. Purtroppo, la tradizione orale uno-a-uno in campo fotografico (e non solo) è ormai praticamente estinta, sostituita dai corsi, dagli stage e dai work-shop, che essendo "temporanei" possono al massimo trasmettere un po' di tecnica ma non sono assolutamente in grado di insegnare la "Fotografia", IMO.

Ho cercato di spiegare succintamente cosa sia la composizione, a cosa serve, quale sia il suo scopo specifico e come funzioni. Non so se ci sono riuscito, ma non credo di poter fare di meglio. Adesso possiamo tornare al colore forte dal quale siamo partiti, con quel minimo di bagaglio indispensabile per poter comunicare.



IL COLORE FORTE E LA COMPOSIZIONE

NOTA: l'espressione è sempre "colore forte" al singolare, ma ciò non significa che debba essere solo uno, in una immagine possono essercene anche due o più (anche se più sono e più complesso è il gestirli e farli convivere). Occorre però sapere e ricordarsi che il plurale non si usa proprio, in nessun caso, e quindi suona del tutto "stonato" alle orecchie di un fotografo.

A questo punto, dovrebbe essere chiaro perché il colore forte stravolge i criteri di composizione rispetto ad una normale fotografia a colori: vediamo insieme alcuni elementi concreti, ma sia ben chiaro che l'elenco è solo esemplificativo (pensare di ridurre il tutto ad una lista di casi è impraticabile e l'elenco che ne verrebbe fuori sarebbe chilometrico).

1) la semplice presenza di colore forte determina la definizione di "centri" di attenzione che prevalgono senza scampo rispetto a quelli che altrimenti sarebbero stati possibili centri di attenzione, per cui le composizioni nei due casi sono di fatto non soltanto differenti ma proprio incompatibili

2) la presenza di colore forte abbassa vertiginosamente la significatività del colore normale, pertanto è facilissimo che buona parte del contesto sia non solo inutile ma letteralmente di troppo, e divenga un "terzo incomodo" soltanto fastidioso

3) il colore forte privilegia le forme in quanto tali, in misura proporzionale alla loro semplicità (più è semplice la forma e più "forte" è il colore, e viceversa, ossia più è complessa la forma è tanto più si riduce l'impatto del colore forte)

4) le forme tendono per loro natura a dialogare tra loro, per cui tutto il restante contenuto dell'immagine deve integrarsi in tale dialogo, altrimenti si genera una "babele compositiva" (non so sintetizzare questo concetto meglio di così)

5) se nell'immagine vi è un'unica forma di colore forte, allora ovviamente non si instaura nessun "dialogo" primario (diciamo che diventa l'equivalente di una vignetta "senza parole"); in tal caso, però, la composizione diventa estremamente critica, in quanto ogni altro elemento presente diventa quasi automaticamente di disturbo, se la sua presenza non appare palesemente giustificata al nostro cervello

NOTA: il termine "dialogo" è usato con una sua accezione concreta e specifica; anche se non possiamo addentrarci nel discorso, possiamo considerarlo - con buona approssimazione - come un sinonimo di "percorso preferenziale di lettura".

Basta, mi fermo, altrimenti non si finisce più. Ma penso che questi cinque elementi, che nel loro insieme sono estremamente frequenti, sia sufficiente per rendersi conto da soli della consistenza dell'affermazione dalla quale siamo partiti, ossia che "il colore forte stravolge i criteri di composizione rispetto ad una normale fotografia a colori".

Spero che quanto ho scritto sia sufficientemente chiaro non ostante - voglio ribadirlo - la estrema semplificazione dei concetti espressi. Se così non è stato, pazienza, ma ci ho provato.



CONCLUSIONE

Vorrei concludere con una riflessione.

Penso che il colore forte sia stato "messo in un cantuccio" nel corso del tempo in quanto la sua complessità è tale che con le "regolette" non si va da nessuna parte, e purtroppo ormai la fotografia va avanti solo a forza di regole e regolette, IMO. Ma penso anche che tale complessità sia molto sopravvalutata, e che se affrontato mediante la comprensione della composizione, invece che con le regolette, anche il colore forte sia alla portata di tutti, in quanto è la stessa composizione che è alla portata di tutti.

Perché la Fotografia è Composizione più Creatività, con giusto un pizzico di tecnica.

Purtroppo, però, la composizione NON si può imparare sui testi ma soltanto in affiancamento sul campo, oppure riscoprendo l'acqua calda per proprio conto, oppure ancora - ed ancor meglio - con entrambi i modi insieme. IMO.





PS Non ho il tempo di rileggere con attenzione: lo farò quando posso apportando le necessarie correzioni, ma nel mentre perdonate gli eventuali errori sfuggiti o eventuali frasi che mal si reggono (ce ne saranno di sicuro).
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Re:SD Quattro sul campo: dal Colore Forte al Bianco e Nero
« Risposta #14 il: Lunedì, 06 Agosto 2018, 22:14:24 »
Grazie della spiegazione.
I punti da 1 a 5 descrivono quel che succede, per esempio, in un dipinto di Mirò.
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Re:SD Quattro sul campo: dal Colore Forte al Bianco e Nero
« Risposta #15 il: Martedì, 07 Agosto 2018, 10:09:29 »
Citazione da: pacific palisades
Ma "colore forte" nel senso di colore "standard" o "saturo" oppure colore forte nel senso che il soggetto ha dei colori saturi?

IL COLORE FORTE QUESTO SCONOSCIUTO





INTRODUZIONE
... E la Fotografia è Composizione più Creatività, con un pizzico di tecnica.


SANTE PAROLE!!!
1° scelta del soggetto
2° inquadratura o PDR (stessa cosa)

a questo punto sei all'80% il 20% è tecnica. Peccato che i punti 1 e 2 non si imparano sui manuali....




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Re:SD Quattro sul campo: dal Colore Forte al Bianco e Nero
« Risposta #16 il: Martedì, 07 Agosto 2018, 19:20:00 »
post prezioso che ho letto e rileggerò e che si inserisce perfettamente nella lettura che sto facendo in questi giorni di Franco Fontana (la fotografia creativa) in cui riprende diversi punti trattati in questo post e che parte comunque dallo stesso presupposto espresso da Sardosono e che sento sempre più anche io "scattare è una questione di pensiero. Bisogna fotografare quello che si pensa, non quello che si vede. Si scatta con la mente, non con le dita. Le immagini sono un'emanazione del fotografo, traducono in un linguaggio universalmente comprensibile la sua interpretazione del mondo" (spero di avere capito bene quel punto espresso da Antonello e di avere accostato con coerenza a quanto letto sul libro di Fontana  O:-))

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Re:SD Quattro sul campo: dal Colore Forte al Bianco e Nero
« Risposta #17 il: Mercoledì, 08 Agosto 2018, 00:46:41 »
(...) la lettura che sto facendo in questi giorni di Franco Fontana (la fotografia creativa) in cui riprende diversi punti trattati in questo post e che parte comunque dallo stesso presupposto espresso da Sardosono ...

Oh caspita, sarebbe davvero lusinghiero per me  :D se Franco Fontana "riprendesse" anche un solo argomento trattato da me!    8)   Ma ciò non è soltanto improbabile, bensì proprio impossibile, perché questo libro, per quanto molto recente, è comunque di due anni fa! Per fortuna, così non c'è rischio che io mi monti la testa!....   :ohi:  :P

Guarda, giusto ieri l'altro ho citato proprio quest'ultimo libro di Franco Fontana, Fotografia Creativa, e precisamente il brano su La Scimmia e la Macchina Fotografica, che (non a caso) precede quello su "La Fotografia è un pretesto", dove appunto definisce cosa e come intende lui (e anche io!) la Fotografia.

Non condivido certo tutto quel che sostiene Franco Fontana, ma sicuramente per almeno l'80% mi trovo d'accordo con lui, in particolare per tutto ciò che anche lui considera fondamentale nella fotografia. E visto che me ne fornisci l'occasione, ti voglio fornire uno spunto di riflessione, che potrebbe aiutarti a comprendere meglio quel che scrive Fontana (e perché no, anche quello che scrivo io!)

La gran parte delle fotografie prodotte al giorno d'oggi Fontana si rifiuta persino di chiamarle "immagini" ma le definisce "illustrazioni" e fornisce una robustissima argomentazione "fotografica" a sostegno di questo: anche io faccio lo stesso identico distinguo e per le stesse identiche ragioni, anche se cerco di esprimere il concetto in termini più "soft" rispetto a lui. Ho cercato molte volte di presentare - anche su questo forum - queste argomentazioni che un tempo erano largamente condivise da fotgrafi di ogni livello ed età, ma che a quanto pare sembrano ormai sparite senza neppure lasciare traccia, né sui libri né sul web. Mi vien da temere che questa "cultura fotografica" sia destinata ad estinguersi con l'inevitabile estinzione di coloro che un tempo l'hanno costruita e diffusa.

La mia visione della fotografia non differisce granché (se non nei dettagli) da quella della gran parte dei fotografi del secolo scorso, ma indubbiamente il modo di esprimerla di Fontana è molto più simile al mio (o il mio è più simile al suo) rispetto a tanti altri. Io la Fotografia (con la F maiuscola) la intendo più o meno così: "la Fotografia non è lo specchio della realtà, ma è lo specchio del Fotografo, che questi se ne renda conto o meno"; Fontana usa molte più parole (spesso prese e anche citate da Majakovskij), ma il concetto rimane comunque quello. In pratica, anche chi ama riprodurre la realtà "fedelmente" (secondo lui), quelli che Fontana considera produttori di "illustrazioni" e "cartoline", anche loro nelle loro fotografie stanno specchiando sé stessi assai più della realtà stessa. Io lo spiego in questo modo: un "paesaggio", anche il più bello del mondo, non sa di esistere, e quindi il suo "essere paesaggio" diventa reale solo quando qualcuno lo considera tale nella propria mente; che poi questo qualcuno decida anche di fotografarlo (o di dipingerlo o disegnarlo) oppure no è del tutto irrilevante. Quindi, il semplice fatto di scegliere di fotografare un paesaggio, invece di limitarci a conservarlo nei nostri ricordi, è un chiaro "istinto espressivo", anche se poi viene represso dall'istinto assai meno compromettente di produrre cartoline. La spiegazione di Fontana è più lunga ed anche più articolata, ma è comunque la stessa.

Insomma, il punto è che la fotografia è un mezzo espressivo né più né meno come carta e matita, pietra e scalpello, colori e pennelli, e tutto dipende dall'intento con cui li usi: carta e matita possono essere usate per esprimersi oppure per disegnare identikit; pietra e scalpello possono essere usati per esprimersi oppure per cavare lapidi; colori e pennelli possono essere usati per esprimersi oppure per rinfrescare le pareti; una fotocamera può essere usata per esprimersi oppure per fare "illustrazioni" e "cartoline". Ognuna di queste attività è leggittima e assolutamente dignitosa, ma ciò non autorizza a confondere le cose. Chiunque cerca di esprimere sé stesso con un mezzo qualsiasi (che si presti all'espressione, ovviamente), costui sta producendo "espressione artistica" e ciò è indiscutibile; che poi questo "prodotto" sia un capolavoro oppure una ciofeca orripilante è un altro paio di maniche ed è anche del tutto irrilevante. Purtroppo, chi non ha alcuna dimestichezza con l'arte ha difficoltà a comprenderlo, perché confonde "espressione artistica" con "opera d'arte". Diceva HCB che le prime diecimila (almeno) fotografie di qualsiasi fotografo, anche il più bravo, sono assolutamente inguardabili, a parte le poche uscite per caso. Per capire cosa intendesse dire esattamente, occorre tener presente che anche per lui (come per quasi tutti i Fotografi del secolo scorso) "illustrazioni" e "cartoline" sono "Fotograficamente" inguardabili (se la Fotografia la intendiamo con la F maiuscola, ossia come espressione artistica).

Qui però è bene che mi fermi, perché il discorso non finirebbe più.  :))

Per rispondere infine alla tua domanda, direi quindi proprio che sì, hai capito bene, senza dubbio!  :si:
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Re:SD Quattro sul campo: dal Colore Forte al Bianco e Nero
« Risposta #18 il: Mercoledì, 08 Agosto 2018, 07:51:47 »
C'è un passaggio del documentario Il sale della terra di Wim Wenders in cui Sebastião Salgado assistito da suo figlio Juliano Ribeiro sono nascosti in un capanno, Salgado tenta di fotografare un enorme bellissimo orso bianco, allora parte questo dialogo:
JRS: Che stai pensando papà?
SS: Sto pensando che sarà molto complicata questa storia ... non si tratta solo di avvicinarsi all'orso per fotografarlo da vicino, se l'inquadratura non è buona avremo solo una riproduzione dell'orso ma non una foto dell'orso. Questa postazione non va bene, non c'è niente per fare una buona foto, per comporre l'inquadratura. Non c'è azione qui.
Lo stesso concetto - immagine vs illustrazione - si legge nelle interviste di David Sylvester al grande pittore Francis Bacon*.
Questi discorsi sono - dovrebbero essere, - patrimonio della cultura della fotografia, ma anche di chiunque si pone il problema di utilizzare quello strano strumento di conoscenza che è la cosiddetta "arte".


* Qui potetre ascoltare Francis Bacon mentre spiega che dipingere è una duplice performance, non si dipinge soltanto il soggetto ma si dipinge anche se stessi (min 9:01 circa):
https://youtu.be/xoFMH_D6xLk?t=541

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Re:SD Quattro sul campo: dal Colore Forte al Bianco e Nero
« Risposta #19 il: Mercoledì, 08 Agosto 2018, 13:59:05 »
Citazione da: pacific palisades
JRS: Che stai pensando papà?
SS: Sto pensando che sarà molto complicata questa storia ... non si tratta solo di avvicinarsi all'orso per fotografarlo da vicino, se l'inquadratura non è buona avremo solo una riproduzione dell'orso ma non una foto dell'orso. Questa postazione non va bene, non c'è niente per fare una buona foto, per comporre l'inquadratura. Non c'è azione qui.

Lo stesso concetto - immagine vs illustrazione - si legge nelle interviste di David Sylvester al grande pittore Francis Bacon.
Ottime citazioni, complimenti.  :si:

Le ragioni della preoccupazione di Salgado sono semplici ed evidenti: le "opzioni fotografiche" all'interno di un capanno sono già estremamente ridotte, rimanendo giusto un minimo di possibilità di variare il PdR; ma se il soggetto non è molto vicino allora le variazioni di PdR risultano del tutto insignificanti, perché il PdR è in pratica sempre lo stesso; pertanto, se l'orso rimarrà lontano, il fotografo non avrà alcun margine operativo e la ripresa sarà dunque obbligata, "come viene viene", ossia una "illustrazione", appunto, e non più una "Foto".


Citazione da: pacific palisades
... quello strano strumento di conoscenza che è la cosiddetta "arte".
Mi permetto di esprimere la mia opinione a riguardo, che sembra affine ma è assai differente sul piano concettuale.

Innanzitutto per me l'arte non è affatto uno strumento, né di conoscenza né d'altro: essa è semplicemente la manifestazione dell'animo che "cerca" di esprimere sé stesso. Ho scritto "cerca" perché è proprio il semplice intento-tentativo di esprimersi che è "forma d'arte" (ossia "forma espressiva"), a prescindere dal risultato; se poi il risultato sarà di pregio, allora potremo anche parlare di "opera d'arte" e persino di "capolavoro", ma tutto ciò vien dopo ed è secondario sul piano temporale e irrilevante su quello concettuale.

Pertanto, l'espressione artistica diventa ANCHE una opportunità di conoscenza del mondo in generale, ma SOPRATTUTTO una opportunità di conoscenza di sé stessi, ossia di INTROSPEZIONE: ecco, questo sì, in questo senso concordo.
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Offline Silvia V

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Re:SD Quattro sul campo: dal Colore Forte al Bianco e Nero
« Risposta #20 il: Mercoledì, 08 Agosto 2018, 17:24:37 »
La riflessione che, a seguito di queste considerazioni, faccio in questo periodo è che per fare Fotografia, ci vuole coraggio, coraggio di esporsi e coraggio di rischiare...
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Offline Mariano San

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Re:SD Quattro sul campo: dal Colore Forte al Bianco e Nero
« Risposta #21 il: Sabato, 11 Agosto 2018, 23:20:25 »
Mi riprometto di leggere tutto il pistolone che dalle prime sfuggevoli occhiate mi sembra molto interessante.
Una cosa : non so come ,non so perchè ma mi sembra di esserci stato anche io quando hai scattato alcune foto.
Sulla foto numero 7 , infatti ,mi par di intravedere una testa conosciuta,mha. La modella poi ha un qualcosa di conosciuto,quasi intimo. Mi sa che sto invecchiando  :con:
Foto comunque al top,ottime   :si:
La gente vede la follia nella mia colorata vivacità e non riesce a vedere la pazzia nella loro noiosa normalità

 :san:

Offline Rino

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Re:SD Quattro sul campo: dal Colore Forte al Bianco e Nero
« Risposta #22 il: Domenica, 12 Agosto 2018, 09:28:49 »
Un ottimo, lungo ed approfondito post Antonello, per giunta accompagnato da ottime foto e sarei contento di vederne di più da parte tua al di là delle "occasioni didattiche".

Sul colore forte voglio aggiungere che devo ringraziare un libro* che comprai di seconda mano in Francia quando avevo una ventina d'anni e mi aprì la mente (o dovrei dire "gli occhi"?) al riguardo. Era un libro molto semplice, ma con tantissime foto ben stampate e, nonostante da allora abbia letto centinaia di libri, è rimasto per me il migliore insieme al primo volume della trilogia di A. Adams per imparare l'arte del vedere.

(*) Se dovesse interessare, il libro è questo:
https://www.priceminister.com/offer/buy/60876910/Mante-Harald-La-Couleur-En-Photographie-Livre.html
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Offline clax

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Re:SD Quattro sul campo: dal Colore Forte al Bianco e Nero
« Risposta #23 il: Domenica, 12 Agosto 2018, 09:49:58 »
Seguo con molto interesse questa interessante discussione
scaturita da uno splendido articolo sulla quattro.
Da quello che ho visto però mi pare evidente una deviazione
di Sigma dalla strada seguita fino al Merrill
Macchina dalla forte personalità comunque, da Sigma sempre
roba buona!
Sembra correre come il vento
però il tempo non ha premura.

   Fabrizio De Andrè

Offline Rino

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Re:SD Quattro sul campo: dal Colore Forte al Bianco e Nero
« Risposta #24 il: Domenica, 12 Agosto 2018, 11:02:22 »
Citazione da: pacific palisades
... quello strano strumento di conoscenza che è la cosiddetta "arte".
Mi permetto di esprimere la mia opinione a riguardo, che sembra affine ma è assai differente sul piano concettuale.

Innanzitutto per me l'arte non è affatto uno strumento, né di conoscenza né d'altro: essa è semplicemente la manifestazione dell'animo che "cerca" di esprimere sé stesso. Ho scritto "cerca" perché è proprio il semplice intento-tentativo di esprimersi che è "forma d'arte" (ossia "forma espressiva"), a prescindere dal risultato; se poi il risultato sarà di pregio, allora potremo anche parlare di "opera d'arte" e persino di "capolavoro", ma tutto ciò vien dopo ed è secondario sul piano temporale e irrilevante su quello concettuale.

Pertanto, l'espressione artistica diventa ANCHE una opportunità di conoscenza del mondo in generale, ma SOPRATTUTTO una opportunità di conoscenza di sé stessi, ossia di INTROSPEZIONE: ecco, questo sì, in questo senso concordo.

Sono d'accordo, come sono d'accordo con quanto hai scritto in un altro post: nessun fotografo (pittore, musicista, scultore, etc...) si sveglia al mattino pensando di creare un'opera d'arte. Il fotografo scatta una foto, fa di tutto affinché sia buona, poi sarà il tempo a giudicarla opera d'arte (anche se qui, purtroppo, non mancano alcuni giochi legati al potere, alle relazioni o alla fortuna). Basta pensare ai fotografi di guerra: il loro scopo era quello di vendere foto ai giornali ma, avendo talento, le foto di alcuni non erano giusto "foto di reportage". Credo che anche i grandi artisti della passato, quelli riconosciuti come tali mentre erano in vita, non potessero prevedere che una loro opera, di solito commissionata dal potente di turno, potesse diventare una grande opera d'arte in futuro (tutti sicuri che per Leonardo la Gioconda fosse "una grande opera d'arte" che avrebbe fatto discutere i posteri? Magari era solo una "marchetta"). Michelangelo si svegliava al mattino e lavorava sulla statua che gli era stata commissionata perché era già riconosciuto come "uno bravo", ma non credo si ponesse il problema di fare arte: doveva realizzare qualcosa che piacesse a lui ed accontentasse il cliente (a parte i famosi aneddoti, veri o falsi che siano). Era lavoro, certo, ma un "lavoro artistico" perché comunque la scultura è ritenuta un'arte già in partenza.
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Re:SD Quattro sul campo: dal Colore Forte al Bianco e Nero
« Risposta #25 il: Domenica, 12 Agosto 2018, 11:40:28 »
Citazione da: pacific palisades
... quello strano strumento di conoscenza che è la cosiddetta "arte".
Mi permetto di esprimere la mia opinione a riguardo, che sembra affine ma è assai differente sul piano concettuale.

Innanzitutto per me l'arte non è affatto uno strumento, né di conoscenza né d'altro: essa è semplicemente la manifestazione dell'animo che "cerca" di esprimere sé stesso. Ho scritto "cerca" perché è proprio il semplice intento-tentativo di esprimersi che è "forma d'arte" (ossia "forma espressiva"), a prescindere dal risultato; se poi il risultato sarà di pregio, allora potremo anche parlare di "opera d'arte" e persino di "capolavoro", ma tutto ciò vien dopo ed è secondario sul piano temporale e irrilevante su quello concettuale.

Pertanto, l'espressione artistica diventa ANCHE una opportunità di conoscenza del mondo in generale, ma SOPRATTUTTO una opportunità di conoscenza di sé stessi, ossia di INTROSPEZIONE: ecco, questo sì, in questo senso concordo.

Sono d'accordo, come sono d'accordo con quanto hai scritto in un altro post: nessun fotografo (pittore, musicista, scultore, etc...) si sveglia al mattino pensando di creare un'opera d'arte. Il fotografo scatta una foto, fa di tutto affinché sia buona, poi sarà il tempo a giudicarla opera d'arte (anche se qui, purtroppo, non mancano alcuni giochi legati al potere, alle relazioni o alla fortuna). Basta pensare ai fotografi di guerra: il loro scopo era quello di vendere foto ai giornali ma, avendo talento, le foto di alcuni non erano giusto "foto di reportage". Credo che anche i grandi artisti della passato, quelli riconosciuti come tali mentre erano in vita, non potessero prevedere che una loro opera, di solito commissionata dal potente di turno, potesse diventare una grande opera d'arte in futuro (tutti sicuri che per Leonardo la Gioconda fosse "una grande opera d'arte" che avrebbe fatto discutere i posteri? Magari era solo una "marchetta"). Michelangelo si svegliava al mattino e lavorava sulla statua che gli era stata commissionata perché era già riconosciuto come "uno bravo", ma non credo si ponesse il problema di fare arte: doveva realizzare qualcosa che piacesse a lui ed accontentasse il cliente (a parte i famosi aneddoti, veri o falsi che siano). Era lavoro, certo, ma un "lavoro artistico" perché comunque la scultura è ritenuta un'arte già in partenza.

Uhm, Rino, secondo me tu hai un'idea pragmatica di cose è arte: ciò che viene riconosciuto come tale dentro una comunità e che si può sviluppare secondo le condizioni materiali di quella comunità (definizione indiscutibile secondo me, che non amo molto la parola "arte" perché la trovo uno gioco linguistico al servizio soprattutto del mercato, oppure del potere perché è utilizzata come simbolo elitario).

Antonello mi pare ha un altro punto di vista, anzi un altro punto di ripresa!, tutto incentrato sulla dignità umana: arte è l'essere umano che si esprime, che recupera qualcosa di intimo e lo rende visibile agli altri, lo manifesta. E persino il tentativo di esprimersi diventa significativo della dignità.

Citazione
Antonello: <<Mi permetto di esprimere la mia opinione a riguardo, che sembra affine ma è assai differente sul piano concettuale.

Innanzitutto per me l'arte non è affatto uno strumento, né di conoscenza né d'altro: essa è semplicemente la manifestazione dell'animo che "cerca" di esprimere sé stesso. Ho scritto "cerca" perché è proprio il semplice intento-tentativo di esprimersi che è "forma d'arte" (ossia "forma espressiva"), a prescindere dal risultato; se poi il risultato sarà di pregio, allora potremo anche parlare di "opera d'arte" e persino di "capolavoro", ma tutto ciò vien dopo ed è secondario sul piano temporale e irrilevante su quello concettuale.

Pertanto, l'espressione artistica diventa ANCHE una opportunità di conoscenza del mondo in generale, ma SOPRATTUTTO una opportunità di conoscenza di sé stessi, ossia di INTROSPEZIONE: ecco, questo sì, in questo senso concordo.>>


Per capire queste parole, potrebbe essere utile un dialogo tra Ando Gilardi e Patrizia Piccini pubblicato in "Meglio ladro che fotografo" (Bruno Mondadori, pag. 2):

A - Io mi occupo di fotografia da mezzo secolo, ne ho fatte a quintali, ne ho riprodotte a tonnellate, ho scritto centinaia di articoli, saggi, libri sulla fotografia: nella misura in cui sono diventato esperto, ho deciso di farlo per rendere felice chi mi chiede se le sue istantanee siano belle o brutte.
P - E se sono brutte?
A - Benedetto Croce ha scritto che dove c'è buona fede c'è sempre un lampo di poesia. Se sono costretto a dare un parere inesorabilmente autorevole non giudico la fotografia ma il fotografo: se è in buona fede le sue istantanee sono belle.
P- E se non lo sono?
A - Lei non capisce: se è in buona fede lo sono davvero. E' persino un modo di dire: "metterci l'anima". Se l'anima è bella è bella anche l'immagine.


Allora se l'arte è espressione autentica, tutto è degno di attenzione, anzi meglio: chiunque è degno di attenzione. E qui l'estetica e l'etica si incontrano




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Re:SD Quattro sul campo: dal Colore Forte al Bianco e Nero
« Risposta #26 il: Domenica, 12 Agosto 2018, 12:42:42 »
Uhm, Rino, secondo me tu hai un'idea pragmatica di cose è arte: ciò che viene riconosciuto come tale dentro una comunità e che si può sviluppare secondo le condizioni materiali di quella comunità (definizione indiscutibile secondo me, che non amo molto la parola "arte" perché la trovo uno gioco linguistico al servizio soprattutto del mercato, oppure del potere perché è utilizzata come simbolo elitario).

Antonello mi pare ha un altro punto di vista, anzi un altro punto di ripresa!, tutto incentrato sulla dignità umana: arte è l'essere umano che si esprime, che recupera qualcosa di intimo e lo rende visibile agli altri, lo manifesta. E persino il tentativo di esprimersi diventa significativo della dignità.

Citazione
Antonello: <<Mi permetto di esprimere la mia opinione a riguardo, che sembra affine ma è assai differente sul piano concettuale.

Innanzitutto per me l'arte non è affatto uno strumento, né di conoscenza né d'altro: essa è semplicemente la manifestazione dell'animo che "cerca" di esprimere sé stesso. Ho scritto "cerca" perché è proprio il semplice intento-tentativo di esprimersi che è "forma d'arte" (ossia "forma espressiva"), a prescindere dal risultato; se poi il risultato sarà di pregio, allora potremo anche parlare di "opera d'arte" e persino di "capolavoro", ma tutto ciò vien dopo ed è secondario sul piano temporale e irrilevante su quello concettuale.

Pertanto, l'espressione artistica diventa ANCHE una opportunità di conoscenza del mondo in generale, ma SOPRATTUTTO una opportunità di conoscenza di sé stessi, ossia di INTROSPEZIONE: ecco, questo sì, in questo senso concordo.>>
Allora se l'arte è espressione autentica, tutto è degno di attenzione, anzi meglio: chiunque è degno di attenzione. E qui l'estetica e l'etica si incontrano

Non sono sicuro che siamo su posizioni diverse ma, anche se fosse, ovviamente, nessun problema. :)
Anche per me l'arte nasce come necessità dell'essere umano di esprimersi: è una premessa indispensabile che non mi pareva di dover ribadire. Chi dipinge, compone musica o altro, in particolare alla notte dei tempi, non si poneva nessuna domanda su cosa stesse facendo. Faceva e basta, al di là del pregio che veniva riconosciuto dagli altri ("Oh, ma che bel graffito sulla caverna che hai fatto! Mica come tuo fratello che gioca col dinosauro tutto il giorno!"). Però devi convenire che non tutti provano lo stesso desiderio (ci sono i bambini che giocano ai cowboy e quelli che passano le ore a disegnare), quindi in ogni caso alcuni sentono il bisogno di esprimersi in maniera artistica, altri che vogliono giocare a pallone. Questo, ovviamente, senza lanciarci in discorsi tipo "anche giocare a pallone è un'arte" altrimenti non ne usciamo più).
Poi, col trascorrere dei millenni, l'arte si è ufficializzata, chi non era in grado di dipingersi la caverna da solo, ma apprezzava la caverna dipinta (molti non l'apprezzano), ha iniziato a pagare qualcun altro per farlo e così via.
Forse sarò un po' pragmatico o forse solo disincantato, ma studiando per anni l'arte, la storia dell'arte e lavorando in questo campo, mi è venuto spontaneo associare le cose, pensare all'arte "spontanea", all'arte che si vende, all'arte che non si vende, alla vita degli artisti più famosi ed alle "sponsorizzazioni" che gli hanno dato la possibilità di andare avanti e pensare cosa avremmo (o meglio, "non avremmo") oggi senza i grandi mecenati del passato.

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Re:SD Quattro sul campo: dal Colore Forte al Bianco e Nero
« Risposta #27 il: Domenica, 12 Agosto 2018, 13:08:45 »
Rino secondo me le cose stanno così, noi due siamo sulla stessa posizione essendo spiriti pragmatici. Antonello invece, come il Foveon, ha tre strati: è pragmatico nel primo, nel secondo è scientifico, al terzo strato fa quel che fanno i teologi, ossia parla delle creature. E finirà così, che ci persuaderà e saremo tutti e tre sulla sua posizione. Del resto gli è bastato evocare l'Ichnusa che ci siamo fiondati tutti al supermercato, figurati con la creazione che cosa può succedere  ^-^
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Re:SD Quattro sul campo: dal Colore Forte al Bianco e Nero
« Risposta #28 il: Domenica, 12 Agosto 2018, 16:02:38 »
Rino secondo me le cose stanno così, noi due siamo sulla stessa posizione essendo spiriti pragmatici. Antonello invece, come il Foveon, ha tre strati: è pragmatico nel primo, nel secondo è scientifico, al terzo strato fa quel che fanno i teologi, ossia parla delle creature. E finirà così, che ci persuaderà e saremo tutti e tre sulla sua posizione. Del resto gli è bastato evocare l'Ichnusa che ci siamo fiondati tutti al supermercato, figurati con la creazione che cosa può succedere  ^-^
:rol:  Ahahahaha, questa me la devo segnare!!!!   :si:  :lol:

Detto per inciso - magari qualcuno ancora non lo sa - io sono cristiano evangelico e come tale faccio effettivamente evangelizzazione, perché a questo è chiamato ogni cristiano; nulla di strano, quindi, che anche quando parlo di fotografia al di là dell'aspetto tecnico traspaia che è l'animo dell'essere umano il vero centro del mio interesse, essendo il centro dell'interesse del Nostro Creatore.



Guardate, secondo me quando si parla di arte è difficile trovare perfette identità di vedute. Ma in questo caso la differenza tra le nostre di vedute è tutto sommato minima (anche se può avere importanti conseguenze nel caso ci si addentrasse nel discorso), ed è contenuta in questa frase (su tutto il resto siamo tutto sommato in sintonia):

Citazione da: Rino
... Anche per me l'arte NASCE come necessità dell'essere umano di esprimersi...

Ecco, è proprio questo che penso, che l'arte NASCE come necessità dell'essere umano di esprimersi, nel senso che la necessità genera l'espressione (e fin qui ci siamo): ma è proprio "quella ESPRESSIONE" che è ARTE; quindi, più precisamente, io NON penso che l'espressione a sua volta produce poi "qualcosa" sotto forma di "opera", e che questa "opera" può essere arte: no, secondo me arte ed espressione sono la stessa cosa. Se mi chiedono cosa sia per me l'arte, io rispondo che essa è "l'espressione genuina di sé stessi, indipendentemente dalla valorizzazione che possa essere fatta (da parte dal resto del mondo) dell'opera risultante".

Quindi, in altre parole, per me (e tanti altri) l'arte è l'espressione in sé, a prescindere dal fatto che il risultato di questa espressione sia una schifezza epocale oppure il capolavoro del secolo. Io ritengo, cioè, che si faccia una gran confusione tra il termine "arte" e il concetto di "opera d'arte riconosciuta", usando il primo come se fosse un sinonimo del secondo; confusione molto diffusa, perché ormai tutto il mondo (anche a livello accademico, purtroppo) ne fa quest'uso improprio allegramente. Ma il fatto stesso di parlare di "opera d'arte" chiarisce, invece, che l'opera non è arte ma è prodotta dall'arte, ossia dall'atto espressivo.

La citazione di Andrea del dialogo Gilardi-Piccini è assolutamente azzeccata (complimenti! ;) ), perché non soltanto rispecchia esattamente il mio (e di tanti altri) pensiero, ma descrive anche perfettamente la difficoltà che si incontra nel comunicarla ad altri; il fatto cioè che SE il "cimento espressivo" è genuino (la buona fede di cui parla Gilardi) allora anche l'espressione che ne deriva è per forza genuina: e qui nasce la vera difficoltà, quella di accettare che ogni espressione genuina dell'animo ha necessariamente valenza estetica perché è di fatto equivalente all'idea stessa di estetica. Ma qui il discorso si inerpica su per la montagna, perché - Andrea, hai fatto centro!  8) - "qui l'estetica e l'etica si incontrano".

IMO! ;)
Congelare in una foto l'istante effimero ci permette di estrarlo dall'eternità, non tanto, o non soltanto, per documentarlo, quanto soprattutto per poterlo "ammirare" (anonimo sardo)

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Offline BeSigma

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Re:SD Quattro sul campo: dal Colore Forte al Bianco e Nero
« Risposta #29 il: Sabato, 18 Agosto 2018, 13:39:55 »
sono tutte ottime interpretazioni... e, a mio parere, esrimono bene il concetto di colore forte, colore e bn.... personalmente avrei pensato la n° 10 di colore in colore forte...
come se... ridendo dei miei demoni, tenessi fra le mani gli angeli...
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Re:SD Quattro sul campo: dal Colore Forte al Bianco e Nero
« Risposta #30 il: Lunedì, 20 Agosto 2018, 15:56:28 »
Mi riprometto sempre di rispondere ma non essendo mai davanti al PC non posso fermarmi ad esprimere ciò che penso, sarò sbrigativo da smartphone...
Le foto mi piacciono tutte, ma non nel senso che sono tutte belle secondo i miei canoni stilistici, anzi.... alcune non rispondono affatto ai miei gusti ma non per questo le definisco brutte, ciò che invece mi affascina ed è anche il motivo per il quale le definisco "belle" è che in tutte vedo Antonello ed il suo personalissimo concetto di fotografia, un sapore che mi conduce a ritroso nel tempo, finalmente non vedo colori cangianti e senza ragion d'essere se non quella di stupire ad ogni costo e sottolineando la fantomatica superioritá della nuova era digital-fotografica, considerandola migliore.
Vedo invece equilibrio ed impeccabile dinamismo anche nel "colore forte".
Presumo che l'autore volesse comunicare proprio questo, quindi dico grazie e FINALMENTE qualcosa di nuovamente bello.


P.s.
Le discussioni che poi da ciò si generano sono un valore aggiunto non indifferente.



Non sapere chi siamo è grave. Non sapere cosa si vuole è rischioso. Non capire con chi si sta parlando può essere drammatico.
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Offline agostino

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Re:SD Quattro sul campo: dal Colore Forte al Bianco e Nero
« Risposta #31 il: Domenica, 14 Ottobre 2018, 11:02:12 »
@Sardosono
Ma questo topic non è meglio metterlo in attrezzature o, ancora meglio, il fotografia? Qui si perde nell'incedere delle nuove proposte!
In fondo le cose che dici vanno ben oltre le foto e anche il fatto che siano  foto scattate con SD Q....
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Re:SD Quattro sul campo: dal Colore Forte al Bianco e Nero
« Risposta #32 il: Lunedì, 15 Ottobre 2018, 13:04:05 »
Ogni tanto dico cose sensate... :))
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Offline Acheo

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Re:SD Quattro sul campo: dal Colore Forte al Bianco e Nero
« Risposta #33 il: Lunedì, 15 Ottobre 2018, 13:04:51 »
Topic degno di stampa a colori e lettura con tappi alle orecchie su un treno ad Alta Velocità.

Offline Acheo

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Re:SD Quattro sul campo: dal Colore Forte al Bianco e Nero
« Risposta #34 il: Domenica, 11 Novembre 2018, 17:46:47 »
Non essendoci testi autorevoli di riferimento, ognuno deve riscoprire da solo l'acqua calda e chi lo fa (e non sono affatto pochi) non perde tempo a metterlo per iscritto. Purtroppo, la tradizione orale uno-a-uno in campo fotografico (e non solo) è ormai praticamente estinta, sostituita dai corsi, dagli stage e dai work-shop, che essendo "temporanei" possono al massimo trasmettere un po' di tecnica ma non sono assolutamente in grado di insegnare la "Fotografia", IMO.

Totalmente d'accordo.



Offline pacific palisades

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Re:SD Quattro sul campo: dal Colore Forte al Bianco e Nero
« Risposta #35 il: Domenica, 11 Novembre 2018, 21:08:25 »
Topic degno di stampa a colori e lettura con tappi alle orecchie su un treno ad Alta Velocità.

 :si: :si: :si:
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