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Il crop di una foto è un fatto più psicologico che formale-contenutistico

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pacific palisades:
Un mese fa ho finalmente fatto l'abbonamento a Photoshop nella versione basica, avere il programma continuamente aggiornato per me è commovente ed è anche utile per studiarlo.
Nell'abbonamento c'è anche Lightroom che non uso, e Creative Cloud attraverso cui si accede contenuti.
Mi è capitato di leggere un contenuto che riguarda il crop della foto, sarebbero quattro ragioni per usarlo, nell'ottica del 'tip'.

Alla fine c'è un video che mostra la fotografia completa e quella croppata, è montato come video in modo che si percepisca a colpo d'occhio il miglioramento offerto dal crop.

Ma il video mostra qualcosa di diverso e interessante.
1. se guardo le due immagini come composizioni di ordine narrativo l'originale contiene una storia molto più interessante perché una figura umana, tagliata (il taglio di un soggetto è un potente moltiplicatore di significato) entra in scena in un ambiente in cui stanno soltanto le statue. Non dico che è un capolavoro della fotografia, ma se ragiono appunto narrativamente con quell'immagine sorgono due mondi, quello abitato dalle statue e quello, parzialmente intuito degli umani, l'immagine ne registra l'incontro, il taglio del soggetto è l'attraversamento di un diaframma. L'immagine croppata perde pezzi di significato togliendo completamente la figura umana.

2. c'è una retorica nella presentazione delle due immagini, si dà per scontato che il crop abbia migliorato l'immagine, supposizione che si appoggia a una convenzione estetica (di geometria, di 'pulizia dell'immagine'), le convenzioni sono solo abitudini, sono l'espulsione anale della ricerca, della curiosità, dell'amore per il mondo, soprattutto l'espulsione del presente che è sempre problematico da accettare. Perché ripetiamo le convenzioni? per sentirci sicuri, accettati e anche protetti. Le convenzioni sono come ritornelli, abbiamo bisogno di sentirli ripetere.

3. dunque il crop è un fatto più psicologico che formale-contenutistico.

4. il punto precedente aiuta, forse, a spiegare la differenza tra inquadrare e croppare, entrambi sono un ritaglio del mondo esterno, ma il crop si fa comodamente a casa dove ci si può abbandonare alle convenzioni, ai ritornelli; mentre l'inquadratura ha un minimo di urgenza, si offre un po' meno il fianco alle paturnie, credo. Comunque nemmeno l'atto di inquadrare è immune dalle convenzioni.






OneFromRM:
Esaminiamo la questione da un secondo punto di vista: io che sono il fotografo voglio realizzare una composizione in cui ci sono due statue. Una in primo piano, l'altra arretrata, in fuga prospettica. Mentre scatto entra un rom...ioni. O una lady, fa lo stesso. Ora ho uno scatto che non è quello che volevo, bello o brutto che fosse, ma "cosa altra". Adesso si tratta di chiarire se la mano del caso sia sempre benigna oppure possa apparire malevola. Volevo una certa luce, invece mentre scattavo è passata una nuvola. Quello che "vedevo"  non è quello che trovo in ciò che ha visto la macchina.
Cosa è interessante? E' la macchina che scatta (tutto quello che esce è santo e benedetto) o è il fotografo che scatta? Magari lo scatto che non volevo è perfetto. Fleming scopre la pennicillina.
Poi il discorso si amplia e possiamo imboccare la strada delle convenzioni estetiche, e delle convinzioni. Ma se, come io credo, ogni singola foto è un atto autoriale (poi verrò smentito e arriverà il genio dell'arte postcontemporanea che introdurrà una sequenza di scatti da telecamera di sorveglianza fissa e li eleverà ad arte postconcettuale) allora è l'autore che decide forma e contenuto.
Quante volte è intervenuto Manzoni sul Fermo e Lucia? E chi aveva stabilito che la lingua più pulita fosse quella in rivo all'Arno? Convenzioni. Convinzioni.
Le forbici con cui taglio sono un'illusione. La realtà è una costruzione. "L'obiettività è l'illusione che possa esistere un'osservazione priva di un osservatore" - H. Von Forster
Io decido cosa mostrare, tu dall'altro lato stabilisci cosa e come lo vedi.

pacific palisades:

--- Citazione da: OneFromRM - Domenica, 21 Febbraio 2021, 14:18:42 ---io che sono il fotografo voglio realizzare una composizione

--- Termina citazione ---

Questa è già la risposta, se vuoi costruire il mondo esterno, devi mettere in posa, truccare, dirigere la luce, transennare il set, rifilare, cancellare, eccetera.
La mia osservazione sulla psicologia del crop ha alla base un'idea totalmente diversa e forse opposta di fotografia, io la intendo come ripresa più che come proiezione. Per me le convenzioni sono un'ostacolo alla ripresa, cioè alla lettura del mondo esterno.

Comunque la scrittura dei Promessi sposi o della Commedia con una lingua contemporanea e largamente condivisa, è un gesto opposto al 'crop', il presente non viene eliminato ma anzi determina l'opera.

agostino:
Ghirri inquadrava qualcosa che era il focus della foto; ai margini quacosa di interrotto (un muro che continua, un cartello incompleto...) che è ancora testo fotografico, ma per metà: infatti sconfina nell'extratestuale che è il mondo che la foto suggerisce ma non mostra.
Tutto qua. Così dice il biografo del libro da te consigliato. Il crop, se uno ha pazienza, lo fai inquadrando perché stai pensando la foto.
Diverso il crop a fini editoriali (isolare un dettaglio, adattare la foto alla rivista - sic -).

OneFromRM:

--- Citazione da: pacific palisades - Domenica, 21 Febbraio 2021, 14:25:37 ---Questa è già la risposta, se vuoi costruire il mondo esterno, devi mettere in posa, truccare, dirigere la luce, rifilare, transennare il set, cancellare, eccetera.
La mia osservazione sulla psicologia del crop ha alla base un'idea totalmente diversa e forse opposta di fotografia, io la intendo come ripresa più che come proiezione. Per me le convenzioni sono un'ostacolo alla ripresa, cioè alla lettura del mondo esterno.

--- Termina citazione ---

Questa è la grande illusione. Ogni foto è la cristallizzazione di UN punto di vista. Fingere di non avere un angolatura e di raccontare la realtà senza interventi è come voler bere senza bagnarsi. "Usate la verità come pregiudizio" - W. Eugene Smith... raccontiamo ciò che vediamo perché lo vediamo. Ogni inquadratura è la stessa menzogna di una carta scelta dal mazzo.

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