Giorno dell’Immacolata.
Sono quasi libero. Quasi, perché alle 6 della sera attacco il turno di notte.
Vado in montagna, questa volta in compagnia, siamo in quattro.
Potremmo cantar della polifonia in auto -un tempo lo facevo con i miei amici- e invece chiacchieriamo, cosa piacevolissima e pericolosissima perché, distratti dai massimi sistemi, si sbaglia strada e ci si ritrova a dover cambiare i programmi d’escursione. Con me e Marco in auto i massimi sistemi girano a palla come il rock in radio. Questa volta però non c’è ancora una strada da perdere perché, come spesso ci accade, non abbiamo ancora deciso esattamente il monte cui dare in pasto il nostro sudore e il cigolio delle attempate membra.
Il settore dell’arco alpino però l’abbiamo scelto, dobbiamo tornare tutti presto, così ci dirigiamo verso il vicino Triangolo Lariano, poi definiamo l’obiettivo nell’agile e breve ascesa senza pretese al Palanzone, così, solo per sgranchirci le gambe.
Giusto per ricordarmi l’umana fallibilità e corroborare la causa di divorzio avviata da me contro me stesso, dimentico i guanti alla Colma di Sormano, sul muretto, non il celebre muro -su quello arrancavo da ragazzo in velocipede- ma il bordo in cemento dove mi sono seduto per infilare gli scarponi: li ritroverò al ritorno e i miei compagni intercederanno per me presso di me ma la misura è ormai colma qui alla Colma e io quel me non lo voglio più vedere.
All’inizio sembra una bella camminata come tante altre, e lo è per tutta la salita, fino in cima.
Poi un delicato e mutevole equilibrio di luce e ombre crea un inatteso contrasto in cui tutto diventa più vivido e si accende di colori: tra i vapori e i nembi grigi e violetti si aprono in cielo radure e bande azzurrine; biancheggia la neve in chiazze candide e opache, risaltando sopra una fascia di prati vellutati d’ocra che s’indora a tratti ed un’altra più scura di alberi bruni ed ignudi in cui spiccano macchie di larici gialli serrati in coorte ed altre di indomiti sempreverdi; gli alberi di sorbo tendono le braccia rosseggianti di bacche come neri arcieri che versano stille di sangue; le betulle argentate ancor cariche di qualche vaga foglia d’oro brillano tra scheletri spogli; foglie calcinate e traforate son distese a terra come piccoli fazzoletti di pizzo; laggiù, al termine del digradare delle balze lambite dai raggi obliqui, la distesa d’acqua del Lario mostra un tratto di sé e, più in lontananza, sfolgora il Generoso imbiancato mentre, girando lo sguardo verso il meriggio, luccica il lago di Pusiano come uno scudo metallico nella solare foschia di luce e vapore della Brianza bordata di colli.
Il sereno calore della compagnia è ancora più riscaldato dalla grappa di Giorgio in cima al monte e dal lieto vociare di sconosciuti camminatori e camminatrici che navigano come noi tra quelle onde di terra e di luce, coi loro bimbi e i fedeli cagnolini e cagnoloni… una bimba ci supera guizzante, il padre ci dice che si è svegliata prima di tutti all’alba perché voleva andare in montagna e, sentendoci discorrere di polenta e risotti dice alla piccola che siamo come i suoi nonni…
Tutto questo apparecchia per me una gustosa giornata di festa.
Nella melodia gioiosa che srotola davanti ai miei occhi i suoi neumi di linee e curve, armoniosa e dissonante in morbidi volumi e superfici rocciose, alle strofe percorse dai passi s’alternano due ritornelli risonanti in svariate mutazioni di luce e di prospettive, secondo la celeste giostra delle nubi e il terreno dispiegarsi del sentiero: il primo ritornello è intonato dalle amate e petrose vette -le Grigne, il Resegone, il Legnone, i Corni di Canzo- il secondo è un assolo del più modesto Monte San Primo che, con i suoi 1682 m è sì la vetta più alta del Triangolo Lariano ma non può certo sfidare i picchi che si ergono dinnanzi ad esso sulla sponda orientale di quel ramo del lago di Como e le lontane Retiche.
Eppure è il San Primo coronato di neve nella sua fascia alta il principe di questo giorno di grazia, non l’irsuta Grignetta, non il Grignone con la testa nelle nuvole, non il possente Legnone: mai così bello, il San Primo appare come un’altura soprannaturale e sacra, mitologica ed epica, un Olimpo abitato dagli dei e custodito dagli eroi, dalle betulle, dai larici, dagli scheletriti lanceri, dai giganti di roccia memori di antichi cataclismi.
Ed è questa visione che mi attrae e incolla il dito ai pulsanti delle mie fotocamere, così che il mio incedere è un ritmo spezzato di soste fotografiche e di corse giù per la neve e il terreno ghiacciato per non perdere di vista i miei compagni.
Li ritrovo, infine, i miei compagni: se la ridono e giocano a Curling su una pozza ghiacciata.
E io sto bene.
Ora però non posso più indugiare, mi attendono le persone con cui lavoro ed è un’altra navigazione, non meno faticosa e non meno bella dell’andare per monti, per pietre romaniche o per concerti.
Riprendiamo il cammino e siamo di nuovo in auto, il tramonto accompagna il nostro ritorno, rivestendo di bagliori e luminosa bellezza persino i volumi di calcestruzzo e vetro che affiancano la Paullese, finché l’oscurità pone fine al breve giorno invernale, breve ed effimero come le vite che scorrono su questa terra di mezzo. Ma nell’inverno di un mondo in pena e di una vita che invecchia le nevi del San Primo riscaldano l’anima come una promessa negli occhi di un bambino.
Ho portato con me una la Canon R5 con RF 24-105 L e la Sigma dp3q con la quale ho scattato col cavalletto in cima e a mano libera durante la camminata qui presento solo le foto foveon.
(https://i.postimg.cc/mggQGQ6n/DP3Q6787.jpg)
1. Le Grigne
(https://i.postimg.cc/V6ntF4dJ/DP3Q6791.jpg)
2. Nuovamente le Grigne in mutate condizioni del cielo
(https://i.postimg.cc/fRqYWJGR/DP3Q6797.jpg)
3. Lago di Pusiano e colli della Brianza
(https://i.postimg.cc/MK5zQRKq/DP3-Q6807atmpers.jpg)
4. Un tratto del ramo comasco del Lario
(https://i.postimg.cc/JnjL4H2w/DP3Q6812.jpg)
5. Il Monte Legnone
(https://i.postimg.cc/1315kLHz/DP3-Q6821-2.jpg)
6. Il Monte San Primo
(https://i.postimg.cc/1tGkZh8s/DP3Q6822.jpg)
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(https://i.postimg.cc/RFLDD7Y0/DP3Q6823.jpg)
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10. San Primo
(https://i.postimg.cc/fybBq6XH/DP3Q6840.jpg)
11. Sullo sfondo il Generoso
(https://i.postimg.cc/PJFKg2Qd/DP3Q6845.jpg)
(https://i.postimg.cc/c42XTkJm/DP3Q6848.jpg)
12-13. Le Grigne
(https://i.postimg.cc/wT8kmy4f/DP3Q6849.jpg)
14. San Primo
(https://i.postimg.cc/KjLrWxjD/DP3Q6850.jpg)
15. Il Resegone dietro i Corni di Canzo
(https://i.postimg.cc/5NBSq4Zx/DP3-Q6858atmpers.jpg)
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(https://i.postimg.cc/MGT0SyXT/DP3Q6864.jpg)
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(https://i.postimg.cc/pLkQ40W4/DP3Q6873.jpg)
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(https://i.postimg.cc/bNhQJXd4/DP3Q6881.jpg)
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(https://i.postimg.cc/sD45Gnhx/DP3Q6882.jpg)
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(https://i.postimg.cc/XnggrvfL/DP3Q6885.jpg)
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Che splendore; sia le foto - ce ne sono di stupende - che il racconto.
Adesso Rino ti bacchetterà , perché non pubblichi e impagini tutto questo in una sede più opportuna, come un blog o un sito personale. E ha ragione ;)
Complimenti!
Tutto molto bello :si:
Belle Enrico!! Ti fanno vivere la sensazione di essere li...
Chapeau per tutto !!
Complimenti Enrico :si:
Ci mostrerai anche quelle Canon ?
Mi piacerebbe vederle....
Bel racconto, grazie.
Aggiungo una foto del punto di arrivo del "nostro" cimento.
Sperando di non urtare la sensibilità di nessuno.
Grazie a tutti!
Anche per la foto del punto di arrivo.
Se dovessi farlo ora mi ci vorrebbe un defibrillatore.