Un uomo nudo fluttua come sdraiato nel vuoto (il cesto del capitello), tenendosi aggrappato ad una corda/ trapezio(l'astragalo che segna il passaggio dal capitello alla semicolonna, la testa rovesciata all'indietro; due serpenti annodati per la coda lo aggrediscono mordendogli uno il petto l'altro un tallone.
Si tratto di un tema diffuso nell'iconografia romanica, quello dello dell'acrobata. I livelli di lettura sono molteplici ma diversi da quelli d una complessa allegoria biblica e, forse, più stimolanti per la nostro modo di vedere il mondo e sperimentare la vita.
La sospensione dell'acrobata nel vuoto, attaccato ad un filo e aggredito, può essere infatti letta anche a partire del nostro modo di percepire la condizione umana, anche da chi non è più radicato in una cultura cristiana o precristiana.
A questa invece si riferiscono le chiavi di lettura del mondo che ha prodotto queste immagini ed allora il dramma dell'uomo per la cultura dell'epoca è il suo essere esposto alla tentazione e alla morte (non che l'uomo moderno non vi sia esposto ma è come se la cultura di massa evitasse questa dimensione o la esorcizzasse per molte vie, fortunatamente ci sono autori della letteratura ed artisti che non evitano il problema). Alla morte: la morte del corpo (il morso al piede) e dell'anima (il morso al petto). La testa rovesciata nega la posizione del serpente che si morde la coda, rimando ad un ciclo perpetuo di rigenerazione. La morte è morte e la salvezza, per il cristianesimo, è in un evento storico, il tempo dell'uomo nella concezione cristiana è storico (ciò non toglie che l'iconografia medievale sia piena di rimandi a concezioni non cristiane).
La scultura fa parte di una serie di capitelli della chiesa borgognona di Anzy-le-Duc, che non sviluppano un ciclo organico come se fossero un trattato di teologia per immagini (questo accade altrove e più tardi) ma girano intorno ai temi della lotta tra il bene e il male nell'uomo, quindi sulla condizione umana e sulla redenzione.
Risalgono all'XI secolo, nel mattino della scultura romanica borgognona, non più gli albori della cripta di S. Benigno a Digione, non ancora l'impressionante classicismo di Cluny, in questa giovinezza in crescita sta molto del loro fascino. L'acrobata di Anzy è però una delle immagini più belle e poetiche che ci ha lasciato l'arte romanica ed ha una sua forza comunicativa che attraversa il tempo
Un paio di scatti in bn
Bellissimo. Grazie Enrico.
:si: :si: :si:
Bellissima.
Mi evoca il dipinto di un coperchio di sarcofago di Paestum, in cui un uomo si tuffa da una specie di trampolino.
Però... grazie per il documento ;)