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Abbandoni urbani, Villa Ada

Aperto da agostino, Domenica, 29 Novembre 2020, 18:23:10

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agostino

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  • Agostino
     
Sigma SD Quattro + 18-35 Art; Fuji XE1 + Fujinon 18-55 mm + Touit 12 mm; Contax g2 + 28+ 45 +90 mm.
(Al momento silenti: Yashica fx 3 2000 e Contax aria + contax 35mm f2,8 +contax 50 mm 1,4 + contax 80-200 f4)

Eros Penatti

Sono stato a Roma tantissimi anni fa  O:-)
E' la città italiana che mi mette più soggezione, continuo a rimandare la gita quasi come se dovessi tenermi il meglio, la cosa più bella da visitare.
Non conoscendo questo luogo mi son documentato e pare ci sia un bellissimo parco con parecchi edifici  :))
Allora mi chiedo, perché ci fai vedere questo  :-\   ... forse è l'ingresso del parco e denunci l'abbandono li a disposizione di tutti  :?:
Dai Agostino... facce venì voja de Roma  :))

clax

Gli edifici abbandonati mi suscitano emozioni
contrapposte. Da una parte il fascino di un luogo
in cui puoi osservare ancora ciò che resta dell' umanità
che li ha costruiti, abitati, amati.
Dall'altra la semplice constatazione che in Italia, a me pare,
se nè osservino in numero esagerato, almeno rispetto
a Svizzera e Germania e direi anche Francia.
Aspetti di un degrado culturale. (si potrà dire, culturale!?)   :con:
Dai Agostino!
  • Claudio
     

edecapitani

Io ho in casa moltissimo materiale su Roma, soprattutto libri dedicati all'architettura alla pittura... ma la Roma che in questi mesi mi ha documentato Agostino non l'avrei mai scoperta se non attraverso le sue foto, una Roma in qualche caso irritante in qualche altro caso affascinante, comunque vista con i suoi occhi e la sua esperienza. Agostino, te ne sono grato. Se io andassi a fotografare Cornello del Tasso - splendido villaggio bergamasco che non è però a tutti noto - e scegliessi di proporvi solo le immagini di qualche angolo eventualmente degradato - sarei da lapidare ma che Agostino ci faccia vedere un'altra Roma, oltre a quella di piazza Navona (che qualche mese fa ci documentò in una bella foto con veduta laterale) a me piace. Oltretutto lo fa senza pesantezze ideologiche.
  • Enrico
     

agostino

Non fotografo Roma ma tento di riprodurre alcuni stati d'animo che mi suscitano alcune situaziuoni visive che trovo in giro.
Poiché sono in debito con i luoghi che mi si offrono alla visione, li chiamo in causa nominadoli.
Ma potrebbe non essere necessario.

Impressioni da abbandoni urbani.
  • Agostino
     
Sigma SD Quattro + 18-35 Art; Fuji XE1 + Fujinon 18-55 mm + Touit 12 mm; Contax g2 + 28+ 45 +90 mm.
(Al momento silenti: Yashica fx 3 2000 e Contax aria + contax 35mm f2,8 +contax 50 mm 1,4 + contax 80-200 f4)

pacific palisades

In queste fotografie c'è anche un filtro intellettuale, culturale. Era sotto le fotografie della 'Fattoria con insediamento umano, in abbandono' che Agostino ci segnalava il libro portato in vacanza: Quel che resta. L'Italia dei paesi, tra abbandoni e ritorni di Vito Teti, questa è la presentazione:

«Mentre scrivo queste righe, il campanile di Amatrice cade sotto la forza del terzo terremoto che ha colpito, in meno di sei mesi, i paesi dell’Italia centrale. L’immagine del campanile viene riproposta ossessivamente. È una sequenza che angoscia e che però chiede di essere guardata e riguardata. Le immagini delle rovine, le visioni dei vuoti, delle assenze, dei luoghi a cui è stata sottratta la vita sono immagini perturbanti di cui abbiamo bisogno». Scrive così Vito Teti, nell’incipit di questo libro che riannoda il filo di una riflessione iniziata quindici anni fa con Il senso dei luoghi, un saggio che ha dato vita a un vero e proprio filone a cavallo tra antropologia, reportage, letteratura e fotografia. Nell’immagine del campanile di Amatrice, Teti scorge un mondo ben più vasto, che va anch’esso inesorabilmente franando. Mentre i grandi agglomerati urbani si preparano a ospitare la gran parte della popolazione mondiale, interi territori si spopolano. E lo spopolamento è la cifra delle aree interne di numerose regioni d’Italia e d’Europa. Di fronte a questo scenario, l’antropologo coglie l’abbandono come la forma culturale dello spopolamento e si chiede: cosa fare dei segni del passato, delle schegge di un universo esploso? Nella prospettiva di Teti, il passato può e deve essere riscattato come un mondo sommerso di potenzialità suscettibili di future realizzazioni. In agguato, certo, c’è il rischio che la retorica e la nostalgia restaurativa seppelliscano quel poco che, del paese, resta. Viceversa, la nostalgia positiva, costruttiva può essere sostegno a innovazione, inclusione e mutamento. Se la nostalgia diventa una strategia per inventare il paese, allora quel che resta è ancora moltissimo. L’antropologia dell’abbandono e del ritorno, di cui Teti definisce in queste pagine i tratti essenziali, è un tentativo d’interpretazione dei luoghi a partire da quel che resta, e che occorre ascoltare, prendendosene cura. Come scrive Claudio Magris nella prefazione: «In questo libro di scienza e di poesia c’è una profonda partecipazione al destino nomade e ramingo non solo degli emigranti partiti con le loro povere cose, ma di ognuno, delle stesse civiltà, del loro nascere e passare, ma forse mai definitivamente».